venerdì 27 gennaio 2012

BASTA REPRESSIONE, SOLIDARIETA' AGLI ARRESTATI! SIAMO TUTT@ NO TAV!

Un'operazione di polizia è scattata all'alba in tutta Italia per l'esecuzione di oltre 30 ordinanze di custodia cautelare in relazione agli incidenti avvenuti lo scorso 3 luglio in Val Susa contro la linea ferroviaria Tav Torino-Lione. I reati contestati sono lesioni, violenza e resistenza a pubblico ufficiale per gli incidenti al cantiere della Tav di Chiomonte (Torino). Le ordinanze sono state emesse dal Gip di Torino, Federica Bompieri, su richiesta del Procuratore aggiunto Andrea Beconi, nell'ambito di un'inchiesta condotta dalla Questura del capoluogo piemontese. La notifiche delle ordinanze è in corso in varie città italiane, da Palermo a Trento; il maggior numero di provvedimenti riguarda persone residenti in Piemonte (Ansa)
Ancora una volta la repressione colpisce uno dei movimenti più imponenti e partecipati degli ultimi anni, capace più volte di bloccare la costruzione di un’opera dannosa e totalmente inutile come la Tav.Come giustamente dicono alcuni esponenti del movimento No Tav l’operazione mira a far passare il movimento come una frangia estremista avulsa dal territorio, ma è anche un attacco a tutti gli altri movimenti che mirano a difendere i propri diritti e che vedono nella No Tav un punto di riferimento.
Gli arresti inoltre fanno parte chiaramente della strategia di questo governo che non sopporta nessuna forma di opposizione o di dissenso alle sue politiche e, come sappiamo, la costruzione delle “grandi opere”, così come le liberalizzazioni e in generale il piano di austerità, sono provvedimenti “necessari” contro i quali non ci si può opporre perché bisogna “salvare l’Italia”. Dal nostro punto di vista costruire un’opera che distrugge un intero territorio per garantire più profitti ai privati non ci sembra affatto un’operazione necessaria, né tantomeno utile.
Sinistra Critica esprime la sua totale solidarietà agli arrestati e sosterrà le iniziative che verranno prese nei prossimi giorni dal movimento No Tav.
Basta con la repressione! Liber@ tutt@!
Esecutivo Nazionale Sinistra Critica

giovedì 26 gennaio 2012

NO A LICENZIAMENTI E RISTRUTTURAZIONI, CONTRO IL GOVERNO MONTI, SOSTENIAMO LO SCIOPERO DELL'USB!


Il governo Monti indossa guanti bianchi, ma impugna il machete per colpire fino in fondo le classi popolari, trasferendo, come prima e più di prima, la ricchezza prodotta da chi lavora ai profitti della grande borghesia finanziaria e industriale.
Se il governo del padrone Berlusconi aveva massacrato i lavoratori con i tagli della spesa pubblica, dei servizi sociali, dei diritti, delle pensioni e dei salari, il governo Monti fa piazza pulita di quel poco che restava con il massacro finale delle pensioni, la privatizzazione dei servizi. con le tasse dirette e indirette (2.000 euro all’anno di costo in più per ogni famiglia),
Monti massacra non solo la classe lavoratrice, ma le classi medio basse con misure che peggiorano la qualità del loro lavoro e dei loro redditi, introducendo in tutti i settori la giungla capitalista: tutti contro tutti. “Dividi e dominerai” dicevano gli antichi romani: è quello che fa Monti per garantire le rendite alla classe padronale.
Il governo ha ora lanciato l’ultimo attacco ai diritti dei lavoratori: la ministra Fornero imbroglia le carte ma gli obbiettivi finali sono: cancellare o aggirare l’articolo 18 (un sacrosanto elemento di civiltà sociale), ridurre le tutele garantite dalla cassa integrazione, deresponsabilizzare le aziende che ristrutturano della sorte futura dei loro dipendenti, lasciati a se stessi, o, nel migliore dei casi, a un miserevole sussidio di disoccupazione.
Nella recessione economica in cui stiamo precipitando, si vuole dare ai padroni, mano libera sull’uso della manodopera, regalando loro la piena libertà di licenziare, ristrutturare, chiudere le aziende, senza sottostare a nessuna regola.
In questo quadro non si capisce che cosa vadano a trattare le tre confederazioni sindacali, se non la svendita degli ultimi diritti; vanno alla trattativa col cappello in mano senza chiamare all’unità e alla lotta, i lavoratori.
Per non parlare della Fiat dove Marchionne ha gettato l’ultima maschera: la Fiat andrà negli USA e l’unica cosa certa è un altro anno di cassa integrazione e zero produzione per Mirafiori; il contratto nazionale di lavoro per il comparto dell’auto non c’è più e la Fiom e i sindacati di base sono messi fuori dalla fabbrica, con l’avallo di tutte le grandi forze politiche, del governo nazionale e di quelli locali (vergogna)!
E’ possibile trovare la forza tutte e tutti insieme per dire:
No al governo dei padroni, No alla Confindustria. No alla propaganda martellante e falsa dei giornali. No alle forze politiche e sindacali che legano le mani ai lavoratori.
o SI’ alla lotta unitaria di tutte le categorie, di tutti settori sociali colpiti dall’aggressione del governo.
o SI’ alla costruzione di uno sciopero generale per difendere: pensione, salari, diritti, servizi pubblici, sanità e scuola per tutti e un vero contratto nazionale.
o SI’ ai diritti sindacali, sì ai sindacati veri in fabbrica e non agli strapuntini dei padroni.
Per questo Sinistra Critica sostiene
lo sciopero e la manifestazione nazionale dell’Unione sindacale di base del 27 gennaio e invita le lavoratrici e i lavoratori a parteciparvi;
la manifestazione nazionale dell’11 febbraio della Fiom e le iniziative si sciopero che questa federazione organizza nel prossimo periodo.

venerdì 13 gennaio 2012

"Giù le mani da acqua e democrazia"

Il governo si sta preparando a scippare l'esito del referendum dello scorso giugno. Il Forum per l'acqua pubblica lancia un appello per fermare questo tentativo:



Il governo Monti pensa di mettere in campo un'iniziativa legislativa sui servizi pubblici locali (acqua inclusa), a partire dal Consiglio dei Ministri del prossimo 20 gennaio. Qualsiasi sia il provvedimento proposto sarà inevitabile la contrapposizione con l'esito referendario e il mancato rispetto della volontà popolare.
In merito ci vengono in aiuto un articolo de Il Sole 24 Ore di ieri (scaricabile qui) e un documento che l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha inviato al Governo lo scorso 05 gennaio (scaricabile qui).
Il quotidiano di Confindustria, sempre ben informato sulle intenzioni del Governo, oltre a scrivere diverse "imprecisazioni" sulle posizioni dei referendari, arriva a proporre la definizione delle forme di gestione del servizio idrico: per cui sostanzialmente si dovrebbe tornare alle tre forme di gestione (gara, società misto pubblico-privata, e affidamento "in house"), così come previsto dall'art. 113 del TUEL per tutti i servizi pubblici, poi successivamente traghettato nell'art. 150 del Decreto Ambientale per quanto riguarda l'acqua. Inoltre propone di mettere paletti ben precisi all'affidamento "in house".
In questo modo si arriverebbe ad escludere la possibilità di gestione tramite enti di diritto pubblico disconoscendo di fatto l'esito referendario.
L'Antitrust va ben oltre e arriva a chiedere al Governo l'estensione a tutti i servizi pubblici locali (quindi acqua inclusa) delle norme inserite nell'art. 4 della "manovra estiva". Infatti nel suo documento chiede di "limitare i casi di esclusione dalla nuova disciplina".
Questi, dunque, sembrano essere i propositi del Governo dei professori a cui va data sin da subito un'adeguata risposta affinchè si scongiuri la loro concretizzazione.
Per questo è stato predisposto l'appello "Giù le mani dall'acqua e dalla democrazia!" che inoltriamo di seguito e in allegato, su cui è pronta una raccolta di firme on line. Puntiamo a raccogliere migliaia di firme già entro il weekend!
Firma e fai firmare l'appello del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

APPELLO GIÙ LE MANI DALL’ACQUA E DALLA DEMOCRAZIA!


Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.
Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica.
Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti.
A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente Governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato.
Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein. In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.

Noi non ci stiamo. 

L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato.
I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria.
Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.

Chiediamo con determinazione al Governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa.
Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano.
Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua






giovedì 15 dicembre 2011

Contro odio e razzismo: perché certi rifiuti non si riciclano!

Oggi come ieri con l’avanzare della crisi, avanzano le destre reazionarie e le scelte  razziste dei governi che aggrediscono le masse con continui appelli alla sicurezza. Sempre più spesso, sia a livello nazionale che locale, vengono appoggiate e promosse  misure repressive verso immigrati e minoranze culturali.

Organizzazioni xenofobe e razziste non solo sono legittimate dai governi, ma sono parte di essi. Basta pensare che la Lega è stata protagonista dell’ultimo governo e che pezzi della destra sociale, come Casapound, sono presenti in gran parte d’Italia, spesso tutelati dalle amministrazioni locali.

L’omicidio in piazza Dalmazia di Diop Mor e Samb Modou è diretta conseguenza del retaggio culturale e politico di questi ambienti razzisti e xenofobi.

# Non dimentichiamo che Casapound promuove iniziative in cui si giustifica l’eugenetica nazista (Mens sana in corpore sano – Roma, 26 giugno 2009).

# Non dimentichiamo che sono gli stessi che bastonano gli studenti in corteo e fuori dai cortei (Piazza Navona – Roma, 29 ottobre 2008).

# Non dimentichiamo che sono gli stessi che compiono spedizioni punitive (militanti Casapound accoltellano studenti  all’università  Federico II – Napoli, 29 aprile 2011).

# Non dimentichiamo che Casapound promuove presidi  contro i disabili (Festa della primavera - Roma, 21 marzo 2009).

La mano dell’assassino è stata armata da ambienti reazionari. Gianluca Casseri era un fascista e anche militante: questo l’ha indotto all’omicidio e non certo un non provato squilibrio mentale, che i media tentano ostinatamente di porre come unica causa del suo gesto. Senza retaggio xenofobo non ci sarebbe stata nessuna strage.

Il clima di diffusa intolleranza si insinua nella popolazione: continuamente viene alimentata la paura del diverso. 
Odio e frustrazione sono indirizzate verso i più deboli, verso chi non ha voce, verso chi non può ribellarsi e intanto i maggiori partiti politici ripropongono un nazionalismo, più o meno reazionario a seconda di chi lancia i proclami, ma che sempre ci parla di un Dio (cattolico), di una famiglia (eterosessuale e bianca) e di una patria (da difendere contro lo “straniero”). L’indignazione sopraggiunge spesso troppo tardi, qui a Firenze, come pochi giorni fa a Torino, dove a farne le spese è stata la comunità Rom.

Ciò che è successo in piazza Dalmazia non deve accadere più, i fascisti non possono avere agibilità politica in un paese antifascista, ognuno si prenda le proprie responsabilità nel condannare razzismo e xenofobia.

Esprimiamo solidarietà alla comunità senegalese fiorentina e  a tutte le vittime del razzismo e del fascismo.

È il momento di chiudere Casapound e sciogliere  le organizzazioni razziste e xenofobe in Italia

…Casapound not in my town!

Sabato 17 Dicembre tutt@ in piazza: ore 15:00 manifestazione!
#partenza da Piazza Dalmazia - Firenze.

Sinistra Critica Firenze

martedì 1 novembre 2011

Sul 15 ottobre: il nodo è l’autodeterminazione dei movimenti

Si possono utilizzare sguardi e criteri diversi per descrivere quello che è accaduto a Roma il 15 ottobre e posizionarsi di fronte agli accadimenti. A noi interessa poco il dibattito sui “violenti” o sul “complotto”, sui “cattivi” a cui si contrappongono i “buoni”. Il nostro sguardo e il nostro punto di vista si colloca decisamente dentro al movimento che vogliamo costruire e si preoccupa delle sue potenzialità, della sua crescita, della sua efficacia e, soprattutto, della sua possibilità di decidere democraticamente. Di autodeterminarsi. Questo è il punto che vogliamo mettere al centro di questa riflessione perché, allo stesso tempo, questa possibilità è la grande sconfitta della giornata del 15 ottobre.




1) Le potenzialità del 15 ottobre sono evidenti dai numeri di una manifestazione in grande parte autorganizzata sia pure dal contributo di molte organizzazioni. Organizzazioni, però, che non sono quella “potenza politica” che c’è stata in altri tempi e quindi il numero di coloro che in vario modo hanno sfilato a Roma – 200mila ci sembra la cifra più credibile – dimostra una forza d’urto che è importante registrare e valorizzare. Il contrasto alle politiche messe in campo dai governi liberisti – di centrosinistra e di centrodestra, poco importa – in questo paese continua a essere importante anche se politicamente si colloca in forme diverse o, forse, non si colloca affatto. C’è una massa critica che resiste che costituisce l’anomalia italiana, il segno di un paese che non si è anestetizzato nonostante 17 anni di berlusconismo e, sottolineiamo, di antiberlusconismo deteriore. Da qui occorre ripartire.



2) Cosa ci facciamo con questa potenzialità, cosa avremmo potuto fare se il 15 ottobre fosse andato diversamente? Come si trasforma la disponibilità a lottare in mobilitazione permanente? Questa domanda è importante porsela subito perché aiuta a dare un giudizio non impressionista sui fatti del 15. Una buona componente della manifestazione, tra cui noi con molta determinazione, aveva proposto di chiudere il corteo con una grande accampata: una forma politica che smentisse la ritualità della sfilata e non seguisse facili avanguardismi. A cosa serviva l’accampata? A compiere un atto simbolico di contrapposizione al potere dominante – sia esso il governo o la Banca d’Italia o anche lo stesso Quirinale – a definire uno spazio pubblico di dibattito e autorganizzazione e, quindi, a predisporre i primi meccanismi per la nascita di un movimento vero: organizzato dal basso, autodeterminato, dotato di un programma avanzato. Tutti questi ingredienti, infatti, oggi non esistono. C’è un umore generale, un’incazzatura diffusa, la disponibilità a venire a Roma ma, poi, nei territori, nei luoghi di lavoro, di studio, nei luoghi del non lavoro, nei luoghi migranti manca ancora la densità specifica e tipica di un movimento di massa. Per noi, il 15 ottobre serviva a far germogliare tutto questo.



3) Serviva anche, quella giornata, a offrire uno spazio d’azione utile a coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di un movimento di massa duraturo e efficace: i soggetti reali, gli operai, gli studenti, i precari, le donne, i migranti, i comitati per i beni comuni e così via. Anche qui, se oggi ci sono segnali importanti in questa direzione, quelle soggettività sono troppo spesso rappresentate solo dalle organizzazioni di riferimento: sindacali, qualche volta sociali, in parte partitiche. I soggetti reali non sono ancora i protagonisti e questa resta una priorità di fase che ci porta, con questo spirito, a diffidare della solita forma “parlamentare” di direzione del movimento con riunioni di intergruppi che, se forse andavano bene dieci anni fa a Genova, oggi non riescono a interpretare la fase. Per la natura diversa, a volta contrapposta, dei soggetti in questione, per alcune coazioni a ripetere indigeste e per una forma che pensa di assemblare il molteplice con una dimensione che non rappresenta più tutto quello che si muove. Il 15 è anche una sconfitta di quella dimensione e questo va tenuto in considerazione.



4) L’azione portata avanti dai settori che hanno animato gli scontri costituisce una proposta politica molto chiara e, anche per questo, attrae una porzione di giovani in gran parte precari che non va banalizzata. Tanti giovani si sono uniti agli scontri spesso solo per esprimere la frustrazione che proviene dalla crisi. Ma, appunto, la proposta politica è in larga parte questa: offrire una sede scenica per dare sfogo alla frustrazione. Inscenare scontri e un conflitto a uso delle telecamere per poi farlo rappresentare da un migliaio di giovani "incazzati" non ci sembra però una proposta in grado di reggere nel tempo se non con imprevedibili, quanto controproducenti, escalation. Escalation che abbiamo già visto e che tra i tanti guasti prodotti hanno comportato l'affossamento dei movimenti di massa.



5) La decisione di forzare la situazione ha contraddetto quelle che ci sembrano le priorità fondamentali: la costruzione di un movimento, la sua crescita ed efficacia, la sua autodeterminazione. Il movimento non è riuscito a nascere sabato in piazza, non avrà maggiore facilità a crescere e soprattutto è stato determinato da soggettività che non rispondono a nessuno.



6) In realtà, quello cui abbiamo assistito è stata la stanca replica di un film troppe volte visto negli ultimi decenni. La nascita di un movimento è scambiata per le forme e il gesto estetico di cui si dota; l’autodeterminazione di massa, paziente e complessa, viene aggirata tramite una scorciatoia praticabile da pochi; viene assolutamente minimizzata la difficoltà a riportare su scala locale, sul posto di lavoro, di studio o quant’altro, la dinamica che si sviluppa a livello centrale; il passaggio democratico che richiede tempo e orizzontalità viene bypassato da una scelta elitaria, avanguardista, verticalizzata e, facciamo notare, fondamentalmente maschile.



7) Per questo pensiamo che quanto avvenuto il 15 ottobre, con gravi responsabilità della polizia per il modo irresponsabile con cui è intervenuta in piazza San Giovanni, si ritorce contro il movimento e lo spinge all’indietro, tutto sulla difensiva e in balia di quei settori moderati ed elettoralisti – presenti in forze al suo interno e pronti ad approfittare del 15 ottobre – che in questo contesto recuperano forza e centralità.



8) Noi non ci riconosciamo in queste forme ma solo in quelle che vengono espresse dalla maturità e dalla consapevolezza dei soggetti sociali autodeterminati. I mezzi e il fine vanno accordati e l’unico modo per farlo, l’unica “moralità” che si può riconoscere all’azione politica e quella che proviene dalla democrazia del movimento, dalla sua autodeterminazione e quindi dalla sua autorganizzazione.



9) Questo è il punto che vogliamo proporre davvero alla discussione. L’unico modo per uscire da questa impasse e dalla frustrazione che si registra a livello generalizzato. Il movimento deve saper affrontare le proprie scadenze avendo deciso cosa fare nelle piazze e come difenderlo politicamente, socialmente e materialmente. Per fare questo occorrono modalità che in Italia raramente si sono date visto che la grammatica dei movimenti è stata in larga parte monopolizzata dalla svalorizzazione e dal burocratismo della sinistra istituzionale e dal sostituzionismo di forze "antagoniste" che, a quanto pare, continuano a riproporre lo stesso schema già fallimentare.



10) Proponiamo, dunque, di ripartire dall’indignazione dei soggetti reali, dagli studenti, dai lavoratori, dai precari, dai migranti, dalle donne. Ci impegniamo soprattutto nella costruzione di movimenti reali a partire da questi soggetti Solo questa dimensione può fare davvero la differenza.



11) Rilanciamo l’idea dell’accampamento, ovviamente da reinventare, in forme non estemporanee né calate dall’alto ma come espressione delle lotte di soggetti reali.



12) Pensiamo che la lotta contro la crisi e la sua declinazione politica vada condotta rafforzando l’autorganizzazione, il movimento di massa, la sua disponibilità al conflitto sulla base della capacità di dotarsi di una vera piattaforma di lotta che dica che il debito non lo paghiamo e che per farlo proponiamo un’altra agenda: moratoria unilaterale sul debito pubblico, realizzazione di una banca pubblica nazionale, tassazione fortemente progressiva di rendite e patrimoni, salario minimo, reddito sociale per giovani e precari, riduzione dell’orario di lavoro, riduzione drastica delle spese militari, difesa dei beni comuni contro grandi opere come la Tav, abolizione del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro per i migranti, estensione della democrazia diretta.



13) Siamo scesi in piazza al grido di “a casa non si torna”. Questo slogan, dopo il 15 ottobre, è ancora più attuale.



Esecutivo Nazionale Sinistra Critica - Organizzazione per la Sinistra Anticapitalista