giovedì 27 novembre 2008

NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO

UNIAMO LE LOTTE, LA PAGHINO BANCHIERI E PADRONI
Nota politica a cura del Gruppo operativo nazionale di Sinistra Critica

1. La fase politica è contrassegnata dall’indubitabile novità della crisi economica internazionale. Nonostante il tentativo di ridimensionarne la portata, la crisi è globale e si sta già riducendo in una recessione dagli esiti ancora imprevedibili ma che segnano una fase di grande difficoltà per i lavoratori e le lavoratrici. A dispetto dei tentativi di confinarla sul piano finanziario la crisi è sistemica e strutturale e porta in evidenza una condizione di fragilità dell’apparato produttivo internazionale – a eccezione dei paesi emergenti come Cina o India – e di compimento negativo, di un ciclo politico lungo apertosi negli anni 80 e che va sotto il nome di liberismo. Non è l’esplosione di un sistema “malato”, la finanza, sulle spalle di uno “sano”, il capitalismo imprenditoriale ma dell’esaurirsi di una fase in cui entrambi si reggevano sugli alti profitti generati dalla speculazione e dall’indebitamento infinito. Oggi i nodi vengono al pettine, quella che si presentava come “nuova età dell’oro” e che aveva visto nella crescita esponenziale dell’indebitamento Usa il meccanismo per generare profitti via via più alti, si traduce in una nuova recessione generalizzata su scala mondiale. Se il sistema finanziario è in grande difficoltà anche il sistema produttivo comincia a scricchiolare come dimostra il settore automobilistico. La prospettiva di milioni di licenziamenti nell’intero mondo occidentale capitalistico è ormai prevista da diversi istituti economici. La fase attuale è una fase di crisi e nulla fa pensare che il prossimo futuro non sia peggiore dell’attuale.

2. La crisi mette in evidenza i limiti strutturali del capitalismo e le sue dinamiche distruttive. E’ il meccanismo stesso della “produzione per la produzione” che sfocia in una fase devastante per la società nel suo insieme e sono i meccanismi della sovraccumulazione e della sovrapproduzione, finanche nel sistema finanziario, che tornano prepotentemente in azione. Non solo, ma la fase di crisi fa emergere un’altra, strutturale e tradizionale, contraddizione. La politica di compressione dei salari e di perdita delle garanzie sociali, praticata con successo nel corso degli anni 80-90, ha oggi un peso rilevante nel deprimere la domanda solvibile e dunque nell’impedire che lo sgonfiamento di quella trainata dall’indebitamento e dal consumo di lusso possa essere sostituita dalla domanda corrente. I rischi di un avvitamento depressivo sono dunque pienamente in atto.

3. I governi in carica non hanno idee efficienti per rispondere alla crisi. Al di là del salvataggio delle banche amiche o di qualche intervento tampone, nessuna delle misure finora individuate è in grado di offrire una risposta durevole. Anche il tanto decantato “ritorno dello Stato” non è altro che un modo per mettere a disposizione dei profitti privati risorse pubbliche. In realtà lo Stato non si è mai ritirato dall’economia, come invece si crede, accompagnando e gestendo la fase neoliberista e, in Europa, realizzando le misure di Maastricht. Oggi svolge il suo ruolo non già per mettere in discussione le linee guida del capitalismo internazionale ma per gestire al meglio le risorse pubbliche, garantendo i profitti privati e socializzando le perdite. Le teorie “imperiali” alla Negri e Hardt sono state smentite dai fatti, come dimostra l’assoluta incapacità europea di realizzare un piano comune.

4. La crisi è più violenta di quelle verificatesi negli ultimi quindici anni (dall’87 a Wall Street passando per il Messico, l’Asia, la Russia, l’Argentina e poi di nuovo Wall Street) ed è anche quella che colpisce a fondo il “cuore dell’Impero”. Gli Usa escono probabilmente indeboliti dalla crisi e scontano un decennio di crisi internazionale in cui la politica di Bush ne ha distrutto l’immagine e il ruolo nel mondo. La vittoria di Obama si spiega anche con questa constatazione e assume un aspetto duplice.
Se da un lato il primo presidente afro-americano alla Casa Bianca rappresenta un innegabile avvenimento storico che parla alle speranze di milioni di afroamericani, o di poveri statunitensi – e a milioni di persone in tutto il mondo – questo non vuol dire che la sua agenda sia improntata ai bisogni di questi. In realtà l’agenda di Obama – che aveva dato il suo avallo al piano Paulson e che conferma al suo posto il ministro della Difesa di Bush – è quella delle elites capitalistiche degli Stati Uniti e risponde al bisogno di recuperare un volto nuovo a livello mondiale per la politica Usa. Che vive un declino sul piano della sua incidenza economica e finanziaria – si riduce la percentuale Usa sul Pil mondiale, si accresce a dismisura il deficit commerciale e il debito internazionale, il dollaro tende a essere sempre meno la moneta di riferimento – ma che resta la prima potenza politico-militare del pianeta. E che non esiterà a usare questa forza per sopperire al proprio indebolimento economico. La guerra in Iraq e Afghanistan, così come il test del Medioriente e l’approccio all’America latina costituiscono il banco di prova decisivo.

5. Di fronte alla crisi galoppante i segnali di reazione sociale sono stati finora duplici e controversi. Da un lato abbiamo assistito all’imponente e significativo movimento studentesco e della scuola che è stato in grado, istintivamente, di cogliere la reale portata dello scontro in atto. “Noi la crisi non la paghiamo” è lo slogan efficace che ha colto la novità della situazione in atto e la condizione “proletarizzata” dei nuovi studenti cui è impedito qualsiasi sbocco all’altezza delle proprie aspettative e speranze. La consapevolezza di essere una generazione “no future”, legata alla precarizzazione del lavoro e della vita è ciò che muove gli studenti e rende la loro mobilitazione “strutturale” al di là di eventuali riflussi. Il movimento studentesco è stato in grado di contagiare la politica e la società e di impensierire il governo che è ricorso al solito armamentario repressivo. Per la prima volta, inoltre, il movimento si è posto il problema dell’autorganizzazione, cioè dell’autorappresentazione della propria autonomia politica, anche se questo nodo ha subito una battuta d’arresto negativa alla prima assemblea nazionale. La necessità però resta intatta, perché senza salvaguardare la propria autonomia politica il movimento rischia di essere preda di strumentalizzazioni esterne più o meno volute.

6. Accanto agli studenti anche il mondo del lavoro è stato in grado di battere un colpo, prima con la manifestazione e lo sciopero generale di Cobas, Cub e Sdl e poi con lo sciopero del 30 ottobre e con altri scioperi parziali. Si tratta di una reazione immediata che esprime rabbia e frustrazione ma anche una difficoltà generalizzata nella maggior parte dei luoghi di lavoro dove l’attesa per gli esiti della crisi e la paura della perdita del posto di lavoro frenano ancora una risposta adeguata. Lo sciopero generale del 12 dicembre può costituire una prova importante per invertire la tendenza ma è innegabile che tra la classe operaia e il mondo del lavoro in generale accanto a segnali di risveglio operino anche meccanismi di delega, rassegnazione e sfiducia.

7. Il ruolo della Cgil è sintomatico di questa fase. Trascinata dalle mobilitazioni della scuola e degli studenti, avvertendo i primi segnali di un forte disagio sociale, la Cgil ha radicalizzato le proprie posizioni convocando una serie di scioperi fino a quello generale del 12 dicembre. Ma questo non ha coinciso con una modifica del proprio impianto di fondo. La piattaforma della Cgil è infatti sempre di stampo concertativo e la necessità di instaurare un dialogo, e in prospettiva un accordo, con la Confindustria – la parte ritenuta “sana” del capitalismo – è sempre l’orizzonte principale. La radicalizzazione, tattica più che politica, crea un malessere interno all’organizzazione e crea più di un problema al partito di riferimento, il Pd, incapace di poter gestire un conflitto duraturo tra le tre organizzazioni concertative. Una sinistra della Cgil non può sottovalutare queste contraddizioni tanto più alla vigilia di un dibattito congressuale di questa organizzazione in cui è bene che sia rappresentata autorevolmente una voce critica e alternativa.

8. Problemi diversi attraversa invece il sindacalismo di base. Questo settore rappresenta una risorsa innegabile e una base fondamentale per provare a ricostruire un sindacalismo di classe e di massa nel nostro paese. Il nostro giudizio positivo sulla sua esistenza e la nostra solidarietà con le sue stesse difficoltà è intatta (ad esempio, nonostante gli evidenti problemi, rinnoviamo la nostra solidarietà alla lotta dell’Sdl in Alitalia).
Ma è evidente che il sindacalismo di base vive una fase di transizione - segnata anche dal patto di consultazione tra Cobas, Cub e Sdl - fortemente sentita dai lavoratori e dalle lavoratrici e che avrebbe bisogno di uno scatto più deciso in direzione di una vera e più forte unità fino a mettere a tema la costruzione di un nuovo sindacato di classe, unitario e plurale. Dopo il grande successo del 17 ottobre questa opportunità è stata mancata, lo stesso movimento studentesco non ha avuto una sponda o un luogo con cui interagire e le attese di migliaia di delegati sindacali sono andate deluse. C’è tempo per recuperare, a condizione di uno scatto e di una generosità da parte dei gruppi dirigenti dei tre sindacati in questione.

9. Di fronte alle risposte sociali che si sono determinate, abbiamo osservato in queste settimane una certa determinazione della destra a reggere lo scontro e a confermare i propri orientamenti. Il governo continua a privilegiare una strada in cui la debolezza della risposta strutturale – non ci sono risorse reali finora messe a disposizione dei lavoratori e si continua sulla strada dei tagli alla scuola e alle università o della ristrutturazione dei diritti del lavoro – viene compensata dalla propaganda e dall’ideologia come dimostra l’attacco ai migranti e l’avallo a una cultura xenofoba montante. La destra ha una sua proposta: dividere i lavoratori, soffiare sul fuoco della guerra tra poveri, indicare i migranti come i responsabili della crisi e… salvare i banchieri. Il rapporto stretto con Confindustria, infatti, non viene meno anche se le risorse scarse a disposizione creano più di un malumore tra le diverse componenti del capitalismo italiano che la crisi mette in contrapposizione.

10. Se il governo ha una sua risposta, l’opposizione “democratica” è incapace di avanzare una proposta significativa. Nemmeno la vittoria di Obama è riuscita a far uscire il Pd da una incertezza di fondo e da un’inconsistenza politica. Il punto centrale della contraddizione è però chiaro: di fronte a una crisi del capitalismo che esigerebbe un programma di emergenza sociale con una chiara dinamica alternativa, anche di stampo riformistico, il Pd è tutto interno al sistema e fa sue le principali preoccupazioni della destra e del governo: salvare le banche, le imprese, la Confindustria magari con una spruzzata “sociale” per marcare le differenze. Senza uscire mai dalla logica degli interventi-tampone e senza aggredire il nodo del contendere: la ripartizione della ricchezza prodotta, l’inversione di tendenza rispetto agli ultimi venti anni.

11. Dal canto suo, la sinistra di governo brilla per la propria assenza. Al di là di dichiarazioni alla stampa o presenze simboliche in qualche corteo manca una proposta complessiva in grado di agire nella crisi attuale e rappresentare un elemento di controtendenza credibile ed efficace. Questo avviene per almeno due motivi. Da un lato c’è un problema di credibilità che non può essere colmata dallo stesso personale che ha condotto la sinistra alla disfatta. E’ un nodo con il quale almeno i militanti dei partiti della ex Sinistra-Arcobaleno devono fare i conti. Non si può dire praticamente nulla dopo che si è condivisa la linea fallimentare, e antipopolare, del governo Prodi. Il secondo motivo della difficoltà è di natura strategica. Quando parla e dice qualcosa, ad esempio con le tesi di Bertinotti, la sinistra di governo non va oltre una politica di ispirazione keynesiana quando invece la natura della crisi richiederebbe una serie di interventi di ispirazione anticapitalista capaci di fuoriuscire dalla logica dominante e di segnalare l’esistenza di un’alternativa di società. Limitarsi a prospettare un generico intervento pubblico in presenza di un governo che entra nella gestione delle banche è inadeguato ai fatti e quindi poco attraente.

12. Per quanto ci riguarda, noi pensiamo che il livello delle proposte da fare si collochi su tre piani. Il primo piano riguarda direttamente il movimento di massa, il suo sviluppo e la sua durata e che possiamo sintetizzare in una felice espressione coniata dal movimento altermondialista: unità e radicalità. Pensiamo che la centralità sia oggi da dare al movimento degli studenti che deve rafforzarsi strutturando la propria autonomia politica. Il movimento si è data una piattaforma ampia e seria e deve cercare di portarla avanti all’interno delle università ma anche all’esterno.
In questo senso è importante la costruzione di una unità reale con i lavoratori e le lavoratrici che non si limiti al rapporto con le strutture sindacali. Servono luoghi unitari, comitati, coordinamenti, assemblee comuni, patti e quant’altro sia in grado di realizzare una relazione stabile tra “lavoratori e studenti” per dire “noi la crisi non la paghiamo”.

13. Collante e base essenziale di un’unità reale e non fittizia è la radicalità della proposta e la qualità della piattaforma di lotta. “Noi la crisi non la paghiamo” rappresenta la giusta individuazione dei problemi. Serve però indicare chi paga la crisi, in che modo, quali rivendicazioni essenziali possono unire settori sociali diversi tra loro.
a) La crisi deve essere pagata da chi si è enormemente arricchito negli ultimi venti anni beneficiando delle politiche liberiste. Occorre colpire i profitti e le grandi fortune accumulate sulla pelle dei salari e dei diritti di chi lavora. Questo si può fare con una patrimoniale sulle grandi fortune, con una tassazione straordinaria dei dividendi, con l’eliminazione di provvidenze quali il cuneo fiscale alle imprese e così via.
b) L’equivalente corrispettivo deve prevedere l’aumento dei salari netti, l’istituzione di un Salario sociale per disoccupati e precari e l’introduzione di un Salario minimo intercategoriale (Smic). La campagna di Sinistra Critica per il salario minimo a 1300 euro va in questo senso e deve pertanto essere rafforzata.
c) Di pari passo va realizzato un piano di urgenza sociale: salvaguardia dei posti di lavoro, stop alle privatizzazioni, rilancio delle garanzie sociali, a partire dalle pensioni, abolizione dei fondi pensione con risarcimento delle perdite agli iscritti.
d) Se noi la crisi non la paghiamo la paghi chi non l’ha mai pagata. A partire dai banchieri e dai padroni. Di fronte ai fallimenti, alla perdita di posti di lavoro, alla bancarotta, servono nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto controllo sociale. Non si possono salvare le banche con soldi pubblici e lasciare i banchieri al loro posto. Lo stesso va fatto con le imprese private. Vanno inoltre bloccate le privatizzazioni e nazionalizzate, sempre sotto controllo pubblico e sociale, le imprese vitali per lo Stato: energia, trasporti (a partire dall’Alitalia), comunicazioni, telecomunicazioni, difesa ambientale, cantieristica. La nazionalizzazione ovviamente non basta se non si coniuga a una effettiva democrazia partecipata in cui le grandi scelte vengano compiute da lavoratori e lavoratrici, dalle popolazioni in grado di realizzare una nuova pianificazione democratica, sociale e partecipata.
e) I movimenti di capitale vanno riportati sotto il controllo statale abolendo la deregolamentazione e tassando le transazioni finanziarie. Occorre abolire il segreto bancario, chiudere i paradisi fiscali, instaurare clausole sociali per le multinazionali, tassare le rendite finanziarie.
f) Un piano straordinario di investimenti pubblici in infrastrutture deve avere come baricentro la difesa ecologica del pianeta. Non si tratta di dare impulso al “capitalismo ecologico” come pensano di fare i paesi anglosassoni ma di realizzare una “pianificazione” che metta a disposizione dei lavoratori, lavoratrici, delle popolazioni, la possibilità di decidere cosa, come e quanto produrre. La valutazione ecologica è un elemento potente per stabilire questo principio a cominciare dalla gestione dei beni comuni, dalla raccolta differenziata dei rifiuti e dal loro riciclaggio, dalla costruzione di un piano di energie alternative.
g) Per reperire risorse e dare risposta al pianeta, e non solo all’occidente capitalista, occorre un grande piano di riduzione delle spese militari, di riconversione dell’industria bellica, di revisione profonda delle prerogative degli eserciti con il ritiro delle truppe e la revisione dell’esercito professionale, di revisione delle relazioni internazionali con l’individuazione di meccanismi di cooperazione solidale.

14. La predisposizione di un piano di urgenza sociale, per quanto provvisorio e parziale, pone immediatamente una serie di questioni di prospettiva, di visione generale che qualificano la sinistra che vogliamo costruire.
Dalla crisi non si esce se non si rimette in discussione la proprietà privata e se non si mette all’ordine del giorno la possibilità di una pianificazione democratica che faccia gli interessi delle popolazioni, dei lavoratori e lavoratrici contro quelli delle elites capitaliste. Alla proprietà privata noi contrapponiamo una gestione pubblica e sociale dell’economia attraverso la partecipazione diretta dei lavoratori e delle lavoratrici. Il nostro anticapitalismo è dunque conseguente e rigoroso e non prevede la partecipazione a governi, nazionali o locali, con forze responsabili della crisi e orientate a una gestione del capitalismo stesso. Oggi per la sinistra di classe si tratta di dare corso a questa ispirazione e di collocarla nel dibattito italiano e internazionale, per lo meno europeo, in funzione della nascita di una nuova sinistra, anticapitalista, ecologista, femminista, comunista che sappia innervare di contenuti e di aspirazioni concrete la battaglia per un altro mondo possibile. Questa ispirazione è alla base del progetto di Sinistra Critica e costituisce la bussola per i rapporti a sinistra, anche sul terreno elettorale. Lungi da noi la presunzione di rappresentare sempre e comunque la soluzione, proposte unitarie, cartelli, liste comuni, anticapitaliste, femministe, ecologiste, sono possibili a tutti i livelli a condizione di salvaguardare questi principi di fondo.

martedì 18 novembre 2008

12 DICEMBRE: Sciopero Generale

Il sindacalismo di base contro il governo
Cobas, Cub e Sdl proclamano lo stop di otto ore il 12 dicembre

L'onda lunga della contestazione alla politica economica del governo cresce ormai di settimana in settimana. Il sindacalismo di base, che aveva riportato un grande successo con lo sciopero generale del 17 ottobre (ben oltre le 300.000 persone in corteo, a Roma), prova ora il bis. Cobas. Sindacato dei lavoratori e Cub hanno indetto ieri un altro sciopero generale di otto ore. L'aspetto politicamente rilevante è che la data scelta - il 12 dicembre - coincide con quella già indicata dai metalmeccanici della Fiom e dalla Funzione pubblica Cgil, e fatta propria da tutta la confederazione diretta da Guglielmo Epifani. Per chi ha esperienza del movimento operaio, oltretutto, la data del 12 riporta immediatamente a Piazza Fontana, quando fascisti e servizi segreti misero in atto la strage (16 morti) che diede ufficialmente il via alla «strategia della tensione» (anche se diversi attentati, fortunatamente senza vittime, si erano già verificati prima). Le tre organizzazioni (il comunicato porta le firme dei coordinatori nazionali Piero Bernocchi, Piergiorgio Tiboni e Fabrizio Tomaselli) «intendono rispondere positivamente alla corale richiesta proveniente dall'intero popolo della scuola pubblica», collegandolo a un più generale momento di lotta «contro la finanziaria, i tagli e la privatizzazione di scuola e università, per usare il denaro pubblico per forti aumenti salariali e pensionistici, per scuola, sanità e servizi pubblici e non per salvare banche fraudolente e speculatori», «contro la precarietà e per l'abolizione della legge 30 e del pacchetto Treu, per la sicurezza nei posti di lavoro, per la difesa del diritto di sciopero e il recupero dei diritti sindacali». Il 12 verranno organizzate manifestazioni regionali e provinciali, «cercando la massima unità con le mobilitazioni degli studenti e del popolo della scuola pubblica». La decisione non è stata comunque indolore. All'interno della Cub forti perplessità sono state espresse da altri tre coordinatori nazionali, che giudicano questo sciopero «in difesa della Cgil» e «per sostenere lo scontro politico in atto tra opposizione e governo». I conflitti sociali si sono rimessi in moto e mettono sotto stress tutte le organizzazioni - quelle politico-partitiche così come quelle sindacali - che si erano strutturate, nel corso degli ultimi decenni, in condizioni assai più statiche e ripetitive. E' una crisi di crescita che può essere salutare, se si tiene d'occhio - come si diceva un tempo - «l'unità della classe e dei movimenti».

Se quattro ore vi sembran poche...
i metalmeccanici ne fanno otto

La Fiom raddoppia lo stop del 12 dicembre, oggi tocca ai lavoratori pubblici. Pure il Lazio si ferma tutto il giorno

Sarà per la crisi che comincia a picchiare duro, sarà perché la risposta politica del governo per ridurne l'impatto sociale è, quando va bene, inadeguata e quando va male odiosa e classista così come pretende la Confindustria, sarà infine perché l'uno (l'esecutivo) e l'altra (l'associazione padronale) hanno trovato due stampelle nella Cisl e nella Uil: fatto sta che la giornata di sciopero generale del 12 dicembre indetto dalla Cgil contro le politiche berlusconiane sarà tutt'altro che un rituale scialbo. Il clima sta crescendo e sono già molte le realtà territoriali e categoriali che hanno deciso di portare a otto ore la durata dello sciopero. Evidentemente nelle fabbriche, negli uffici, in tutti i posti di lavoro cresce la rabbia per il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, per non parlare dello stato d'animo di chi il lavoro lo perde, e un sindacato legato ancora alla sua base sociale e che non sia ridotto a osservatore consenziente di ricette antipopolari non può non tenerne conto. Ieri la direzione nazionale della Fiom ha confermato le 8 ore di sciopero della categoria per il 12 dicembre e, al tempo stesso, ha deciso di sospendere la manifestazione nazionale a Roma dei metalmeccanici che si sarebbe dovuta tenere lo stesso giorno insieme, per la prima volta, ai lavoratori pubblici della Fp-Cgil. E' ovvio che il sindacato guidato da Gianni Rinaldini ha incassato la decisione (a cui la Fiom ha contribuito attivamente) della Cgil di indire lo sciopero di tutte le categorie nello stesso giorno della fermata dei meccanici: l'unificazione delle lotte non può che far bene all'insieme dei lavoratori. Ma sospendere la manifestazione a Roma non vuol dire annullarla: ieri la direzione ha dato «mandato alla segreteria nazionale di concordare con la segreteria nazionale della funzione pubblica - che ha annunciato iniziative di mobilitazione generale per i prossimi mesi - uno sciopero generale di 8 ore con manifestazione nazionale a Roma, da svolgersi nel mese di febbraio 2009». I metalmeccanici parteciperanno alle manifestazioni che si svolgeranno il 12 dicembre in tutte le regioni e le provincie italiane. Insomma, lo sciopero per le due principali organizzazioni di categoria della Cgil raddoppia e resta confermata un'inedita manifestazione comune di meccanici e pubblici: un modo per respingere al mittente il tentativo di governo e padroni di spaccare il mondo del lavoro, puntando su un'insensata divisione tra chi lavora in linea di montaggio e chi lavora a garantirgli servizi essenziali e beni comuni - tagli del governo permettendo. Oggi il direttivo della Fp-Cgil è chiamata a esprimersi sull'unificazione della lotta con i metalmeccanici.
Molte camere del lavoro territoriali stanno discutendo le modalità di partecipazione alla giornata di lotta del 12 dicembre. Ieri, condividendo la scelta che molte realtà stanno facendo in questi giorni, la Cgil di Roma e del Lazio ha deciso che lo sciopero per tutti i lavoratori della regione sarà di 8 ore. Una scelta effettuata dal direttivo all'unanimità, a conferma del clima di mobilitazione che sta crescendo in tutti i luoghi di lavoro e che il gruppo dirigente della Cgil accompagnerà «con una grande campagna di informazione che raggiunga ogni singolo cittadino della nostra regione», ha detto il segretario Claudio De Bernardino che chiede alla sua organizzazione «meno sedi più strada».

il manifesto - 18.11.2008


sabato 15 novembre 2008

L'onda porta in piazza l'autopolitica

Il grandioso successo della manifestazione studentesca di oggi mostra la forza e la pervasività di questo movimento che rivendica la propria autonomia e la propria radicalità nel perseguire l'obiettivo di fermare il governo e i suoi progetti di distruzione della formazione pubblica. Centinaia di migliaia di studenti hanno assediato Montecitorio, simulacro di una politica arroccata nel palazzo a difesa degli interessi di pochi. Questo è un movimento che supera l'antipolitica, prodotta anche dal suicidio e dall'autoreferenzialità della sinistra istituzionale, e che porta in piazza l'autopolitica. Quale migliore dimostrazione che solo dai movimenti, dalle lotte sociali, dai soggetti in carne ed ossa, si potrà ricostruire la credibilità di una nuova sinistra anticapitalista? Sinistra Critica, animando con i suoi studenti le lotte di questi giorni, continuerà a sostenere con tutte le sue forze il movimento per continuare a farlo crescere verso l'obiettivo di uno sciopero generale che blocchi il paese e fermi il governo.

NOTIZIE E DOCUMENTI SU WWW.ATENEINRIVOLTA.ORG

venerdì 14 novembre 2008

G8 scuola Diaz

NON C'E' LIMITE ALL'INDECENZA. IDV PATETICO
Roma, 14 NOV - "È sinceramente scandaloso, se non fosse patetico, che Di Pietro e Idv, ossia i principali affossatori dei ddl per l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sul G8 di Genova, insieme ai radicali e a una buona fetta di coloro che avrebbero poi costituito il Pd, quando a governare erano loro, oggi chiedano che la politica faccia luce dove la magistratura non può arrivare". Lo dichiara Gigi Malabarba di Sinistra critica, presentatore dei disegni di legge per la Commissione parlamentare d'inchiesta sia nella XIV che nella XV legislatura. "Ma chi - continua - credono di prendere in giro? A promuovere il regista della repressione di Genova, Gianni De Gennaro, sottraendolo al giudizio dei magistrati di Genova, sono stati proprio loro peraltro con totale consenso del centrodestra. C'e' stata una volontà di affossamento della verità e della giustizia per i fatti di Genova che ha coinvolto la grandissima maggioranza delle forze politiche istituzionali, quando ancora era viva nell'opinione pubblica l'eco della mattanza e quando nel programma del governo Prodi era prevista l'inchiesta parlamentare. Ma questi signori riscoprono la loro verginità solo quando sono all'opposizione! Com'e' stato possibile che il capo della Polizia, cioè il capo degli operativi, abbia potuto diventare prima, con un 'golpe' istituzionale, capo gabinetto del Viminale (per giunta a pochi giorni dalla sua iscrizione nel registro degli indagati) e poi supercommissario ai rifiuti e infine capo dei servizi segreti? Adesso con chi la fanno la commissione d'inchiesta? Con Berlusconi? Non c'e' alcuna credibilità - conclude Malabarba - per le lacrime di coccodrillo di certi personaggi".

(ANSA) - ROMA, 13 NOV – “L'assoluzione per il capo dell'Anticrimine Gratteri e del dirigente dell'Aisi Luperi e degli altri funzionari, ossia dei massimi dirigenti della Polizia di Stato che ha organizzato la mattanza alla scuola Diaz, e' la rappresentazione plastica dell'impunita' di cui godono gli scherani di Gianni De Gennaro e dell'ignavia di una magistratura che nega ancora una volta verità e giustizia per Genova”. Lo afferma l'esponente di Sinistra Critica Luigi Malabarba.
“E così succederà con il processo del 25 novembre al mandante e vero tessitore delle giornate di repressione, l'allora Capo della Polizia”, dichiara Gigi Malabarba di Sinistra Critica, capogruppo del Prc al Senato all'epoca dei fatti e testimone al processo. “Non ci sono nemmeno capri espiatori, visto che le pene lievi per gli altri imputati non saranno scontate e nessuno sarà interdetto dai pubblici uffici. Sarà bene che qualcuno, anche a sinistra, cominci a riflettere sullo strapotere concesso a un personaggio passato da Capo degli operativi a Capo gabinetto del Viminale e oggi a Capo dei servizi segreti, in grado di ricattare chiunque in questo paese”, continua Malabarba. “Senza giustizia per Genova ogni violenza sarà legittima da ogni parte. Qualcuno vuole un ritorno agli anni di piombo? Credo proprio di sì. Tutta la solidarietà di Sinistra Critica alle vittime di quella mattanza. Continueremo in sede europea una battaglia politica e giudiziaria che non può dirsi conclusa con le assoluzioni di oggi”, conclude.


martedì 11 novembre 2008

Timori negli Usa per General Motors

Obama chiamato a una svolta
Le borse applaudono il maxipiano cinese
di Salvatore Cannavò

Forse Obama si interesserà più da vicino all'esempio cinese per provare a tirare fuori il capitalismo statunitense dalla crisi attuale.
Brilla, infatti, la differenza tra il piano straordinario "anticrisi" messo a punto dal governo di Pechino, che ha stanziato 4mila miliardi di yuan, pari a 586 miliardi di dollari per rilanciare l'economia reale, e il piano da 700 miliardi di dollari che l'amministrazione Bush ha messo in campo sostanzialmente per salvare la finanza. A cogliere la differenza, ad esempio, sono state le borse mondiali a partire da quella di Tokyo in rialzo di oltre il 5%, che ha trainato quelle occidentali (in apertura Wall Street saliva dell'1,86%), Milano compresa. Segno di una certa fiducia che l'economia cinese possa reggere all'urto della crisi e limitare i danni di una discesa del Pil interno che, visto il grado di investimento internazionale, può dare respiro a molte multinazionali estere. Le misure adottate dal governo cinese, e rese note domenica, si basano su un pacchetto di investimenti destinati a dieci programmi che riguardano, tra l'altro, le politiche per la casa per i meno abbienti, le infrastrutture rurali, le reti di trasporti, l'ecologia, le innovazioni tecnologiche e le ricostruzioni a seguito di disastri naturali. E' previsto anche l'aumento dei prestiti per le piccole e medie imprese. La cifra, che corrisponde a circa un quinto del Pil cinese sarà stanziata entro il 2010. Dei 4mila miliardi di yuan, 100 milioni dovrebbero essere utilizzati già in questo trimestre. La decisione era già stata anticipata nei giorni scorsi e segue lo stanziamento da 225 miliardi di euro circa per il rilancio della rete ferroviaria, deliberato alla fine di ottobre. Lo scopo dichiarato delle misure è quello di stimolare la domanda interna, dopo il rallentamento dell'economia nel terzo trimestre quando il Pil è cresciuto del 9%, contro il 10,4% del trimestre precedente. Ma soprattutto in previsione delle stime future, tutte negative: molti economisti, infatti, ritengono plausibile un crollo della produzione interna dal +12% del 2007 a un più modeso +6% nel 2009 se non verranno prese misure adeguate. Che sembrano essere arrivate. La mossa cinese fa da contraltare alle modalità scelte dagli Stati Uniti, e segnatamente dall'amministrazione Bush sia pure con il via libera dell'allora candidato Obama, per fronteggiare la crisi. Un pacchetto di 700 miliardi di dollari utilizzati finora per sanare i bilanci delle banche in rosso e delle assicurazioni a cui si aggiungono altri provvedimenti parziali che complessivamente potrebbero costare circa 2000 miliardi di dollari. Una cifra che sta contribuendo a portare il debito pubblico Usa a circa il 90% del Pil e il rapporto tra deficit e Pil intorno al 10%. Insomma un disastro per le casse pubbliche che Obama sta vagliando da vicino con i suoi collaboratori e con il suo staff economico. Qui sta il punto forse più nevralgico che riguarda le prossime azioni del neo-presidente Usa: seguirà la linea tracciata da Bush o apporterà modifiche sostanziali? E in che direzione? Da Detroit, sede dell'industria automobilistica,arrivano grida disperate per aumentare gli aiuti a colossi come General Motors e Ford che minacciano licenziamenti massicci. Non a caso, in una lettera rivolta al Segretario al Tesoro, Paulson, il capogruppo democratico al Senato, Harri Reid e la speaker del Congresso, Nancy Pelosi, hanno chiesto di dirottare una parte dei fondi del "piano Paulson" proprio all'industria automobilistica, «il cuore del nostro settore manifatturiero in cui decine di migliaia di posti di lavoro sono a rischio». Espressione non tanto propagandistica se si guardano i dati diffusi dal Center of Automotive Research e resi noti dalla Camera di Commercio Usa: calcolando un taglio della produzione automobilistica del 50% - calcolo non impossibile visto che General Motors ha perso nel terzo trimestre 2,5 miliardi e 70 miliardi negli ultimi quattro anni - si perderebbero nel 2009 circa 2,5 milioni di posti di lavoro, calcolando anche l'indotto. Se pensiamo che il tasso di disoccupazione Usa già oggi sta schizzando verso l'8%, il punto più alto dal 1980 - e negli Usa il calcolo della disoccupazione è molto disinvolto, quindi il tasso effettivo è più alto - è facile immaginarsi quali conseguenze sociali potrebbe comportare un crollo dell'industria manifatturiera nel suo complesso. Obama sta cercando di capire come utilizzare la fase di transizione - il suo insediamento è previsto il 20 gennaio 2009 - per varare provvedimenti urgenti e anche per questo sta cercando di capire quali margini offra la Costituzione americana per programmare interventi preventivi. Sta di fatto che i segnali che giungono dall'attuale Amministrazione sono divergenti dalle preoccupazioni dei Democratici. Se la portavoce del Tesoro, Zuccarelli, ha risposto alla lettera di Pelosi e Reid dicendo che la priorità è oggi «dare stabilità al sistema finanziario», ieri il governo ha stanziato altri 40 miliardi di dollari per il colosso assicurativo Aig che nel terzo trimestre si è ritrovata con un buco di bilancio di oltre 24 miliardi. Con questo stanziamento sono oltre 160 i miliardi che finora sono stati impiegati per una singola compagnia. L'intervento più rilevante nella storia degli Usa.