UNIAMO LE LOTTE, LA PAGHINO BANCHIERI E PADRONINota politica a cura del Gruppo operativo nazionale di Sinistra Critica
1. La fase politica è contrassegnata dall’indubitabile novità della crisi economica internazionale. Nonostante il tentativo di ridimensionarne la portata, la crisi è globale e si sta già riducendo in una recessione dagli esiti ancora imprevedibili ma che segnano una fase di grande difficoltà per i lavoratori e le lavoratrici. A dispetto dei tentativi di confinarla sul piano finanziario la crisi è sistemica e strutturale e porta in evidenza una condizione di fragilità dell’apparato produttivo internazionale – a eccezione dei paesi emergenti come Cina o India – e di compimento negativo, di un ciclo politico lungo apertosi negli anni 80 e che va sotto il nome di liberismo. Non è l’esplosione di un sistema “malato”, la finanza, sulle spalle di uno “sano”, il capitalismo imprenditoriale ma dell’esaurirsi di una fase in cui entrambi si reggevano sugli alti profitti generati dalla speculazione e dall’indebitamento infinito. Oggi i nodi vengono al pettine, quella che si presentava come “nuova età dell’oro” e che aveva visto nella crescita esponenziale dell’indebitamento Usa il meccanismo per generare profitti via via più alti, si traduce in una nuova recessione generalizzata su scala mondiale. Se il sistema finanziario è in grande difficoltà anche il sistema produttivo comincia a scricchiolare come dimostra il settore automobilistico. La prospettiva di milioni di licenziamenti nell’intero mondo occidentale capitalistico è ormai prevista da diversi istituti economici. La fase attuale è una fase di crisi e nulla fa pensare che il prossimo futuro non sia peggiore dell’attuale.
2. La crisi mette in evidenza i limiti strutturali del capitalismo e le sue dinamiche distruttive. E’ il meccanismo stesso della “produzione per la produzione” che sfocia in una fase devastante per la società nel suo insieme e sono i meccanismi della sovraccumulazione e della sovrapproduzione, finanche nel sistema finanziario, che tornano prepotentemente in azione. Non solo, ma la fase di crisi fa emergere un’altra, strutturale e tradizionale, contraddizione. La politica di compressione dei salari e di perdita delle garanzie sociali, praticata con successo nel corso degli anni 80-90, ha oggi un peso rilevante nel deprimere la domanda solvibile e dunque nell’impedire che lo sgonfiamento di quella trainata dall’indebitamento e dal consumo di lusso possa essere sostituita dalla domanda corrente. I rischi di un avvitamento depressivo sono dunque pienamente in atto.
3. I governi in carica non hanno idee efficienti per rispondere alla crisi. Al di là del salvataggio delle banche amiche o di qualche intervento tampone, nessuna delle misure finora individuate è in grado di offrire una risposta durevole. Anche il tanto decantato “ritorno dello Stato” non è altro che un modo per mettere a disposizione dei profitti privati risorse pubbliche. In realtà lo Stato non si è mai ritirato dall’economia, come invece si crede, accompagnando e gestendo la fase neoliberista e, in Europa, realizzando le misure di Maastricht. Oggi svolge il suo ruolo non già per mettere in discussione le linee guida del capitalismo internazionale ma per gestire al meglio le risorse pubbliche, garantendo i profitti privati e socializzando le perdite. Le teorie “imperiali” alla Negri e Hardt sono state smentite dai fatti, come dimostra l’assoluta incapacità europea di realizzare un piano comune.
4. La crisi è più violenta di quelle verificatesi negli ultimi quindici anni (dall’87 a Wall Street passando per il Messico, l’Asia, la Russia, l’Argentina e poi di nuovo Wall Street) ed è anche quella che colpisce a fondo il “cuore dell’Impero”. Gli Usa escono probabilmente indeboliti dalla crisi e scontano un decennio di crisi internazionale in cui la politica di Bush ne ha distrutto l’immagine e il ruolo nel mondo. La vittoria di Obama si spiega anche con questa constatazione e assume un aspetto duplice.
Se da un lato il primo presidente afro-americano alla Casa Bianca rappresenta un innegabile avvenimento storico che parla alle speranze di milioni di afroamericani, o di poveri statunitensi – e a milioni di persone in tutto il mondo – questo non vuol dire che la sua agenda sia improntata ai bisogni di questi. In realtà l’agenda di Obama – che aveva dato il suo avallo al piano Paulson e che conferma al suo posto il ministro della Difesa di Bush – è quella delle elites capitalistiche degli Stati Uniti e risponde al bisogno di recuperare un volto nuovo a livello mondiale per la politica Usa. Che vive un declino sul piano della sua incidenza economica e finanziaria – si riduce la percentuale Usa sul Pil mondiale, si accresce a dismisura il deficit commerciale e il debito internazionale, il dollaro tende a essere sempre meno la moneta di riferimento – ma che resta la prima potenza politico-militare del pianeta. E che non esiterà a usare questa forza per sopperire al proprio indebolimento economico. La guerra in Iraq e Afghanistan, così come il test del Medioriente e l’approccio all’America latina costituiscono il banco di prova decisivo.
5. Di fronte alla crisi galoppante i segnali di reazione sociale sono stati finora duplici e controversi. Da un lato abbiamo assistito all’imponente e significativo movimento studentesco e della scuola che è stato in grado, istintivamente, di cogliere la reale portata dello scontro in atto. “Noi la crisi non la paghiamo” è lo slogan efficace che ha colto la novità della situazione in atto e la condizione “proletarizzata” dei nuovi studenti cui è impedito qualsiasi sbocco all’altezza delle proprie aspettative e speranze. La consapevolezza di essere una generazione “no future”, legata alla precarizzazione del lavoro e della vita è ciò che muove gli studenti e rende la loro mobilitazione “strutturale” al di là di eventuali riflussi. Il movimento studentesco è stato in grado di contagiare la politica e la società e di impensierire il governo che è ricorso al solito armamentario repressivo. Per la prima volta, inoltre, il movimento si è posto il problema dell’autorganizzazione, cioè dell’autorappresentazione della propria autonomia politica, anche se questo nodo ha subito una battuta d’arresto negativa alla prima assemblea nazionale. La necessità però resta intatta, perché senza salvaguardare la propria autonomia politica il movimento rischia di essere preda di strumentalizzazioni esterne più o meno volute.
6. Accanto agli studenti anche il mondo del lavoro è stato in grado di battere un colpo, prima con la manifestazione e lo sciopero generale di Cobas, Cub e Sdl e poi con lo sciopero del 30 ottobre e con altri scioperi parziali. Si tratta di una reazione immediata che esprime rabbia e frustrazione ma anche una difficoltà generalizzata nella maggior parte dei luoghi di lavoro dove l’attesa per gli esiti della crisi e la paura della perdita del posto di lavoro frenano ancora una risposta adeguata. Lo sciopero generale del 12 dicembre può costituire una prova importante per invertire la tendenza ma è innegabile che tra la classe operaia e il mondo del lavoro in generale accanto a segnali di risveglio operino anche meccanismi di delega, rassegnazione e sfiducia.
7. Il ruolo della Cgil è sintomatico di questa fase. Trascinata dalle mobilitazioni della scuola e degli studenti, avvertendo i primi segnali di un forte disagio sociale, la Cgil ha radicalizzato le proprie posizioni convocando una serie di scioperi fino a quello generale del 12 dicembre. Ma questo non ha coinciso con una modifica del proprio impianto di fondo. La piattaforma della Cgil è infatti sempre di stampo concertativo e la necessità di instaurare un dialogo, e in prospettiva un accordo, con la Confindustria – la parte ritenuta “sana” del capitalismo – è sempre l’orizzonte principale. La radicalizzazione, tattica più che politica, crea un malessere interno all’organizzazione e crea più di un problema al partito di riferimento, il Pd, incapace di poter gestire un conflitto duraturo tra le tre organizzazioni concertative. Una sinistra della Cgil non può sottovalutare queste contraddizioni tanto più alla vigilia di un dibattito congressuale di questa organizzazione in cui è bene che sia rappresentata autorevolmente una voce critica e alternativa.
8. Problemi diversi attraversa invece il sindacalismo di base. Questo settore rappresenta una risorsa innegabile e una base fondamentale per provare a ricostruire un sindacalismo di classe e di massa nel nostro paese. Il nostro giudizio positivo sulla sua esistenza e la nostra solidarietà con le sue stesse difficoltà è intatta (ad esempio, nonostante gli evidenti problemi, rinnoviamo la nostra solidarietà alla lotta dell’Sdl in Alitalia).
Ma è evidente che il sindacalismo di base vive una fase di transizione - segnata anche dal patto di consultazione tra Cobas, Cub e Sdl - fortemente sentita dai lavoratori e dalle lavoratrici e che avrebbe bisogno di uno scatto più deciso in direzione di una vera e più forte unità fino a mettere a tema la costruzione di un nuovo sindacato di classe, unitario e plurale. Dopo il grande successo del 17 ottobre questa opportunità è stata mancata, lo stesso movimento studentesco non ha avuto una sponda o un luogo con cui interagire e le attese di migliaia di delegati sindacali sono andate deluse. C’è tempo per recuperare, a condizione di uno scatto e di una generosità da parte dei gruppi dirigenti dei tre sindacati in questione.
9. Di fronte alle risposte sociali che si sono determinate, abbiamo osservato in queste settimane una certa determinazione della destra a reggere lo scontro e a confermare i propri orientamenti. Il governo continua a privilegiare una strada in cui la debolezza della risposta strutturale – non ci sono risorse reali finora messe a disposizione dei lavoratori e si continua sulla strada dei tagli alla scuola e alle università o della ristrutturazione dei diritti del lavoro – viene compensata dalla propaganda e dall’ideologia come dimostra l’attacco ai migranti e l’avallo a una cultura xenofoba montante. La destra ha una sua proposta: dividere i lavoratori, soffiare sul fuoco della guerra tra poveri, indicare i migranti come i responsabili della crisi e… salvare i banchieri. Il rapporto stretto con Confindustria, infatti, non viene meno anche se le risorse scarse a disposizione creano più di un malumore tra le diverse componenti del capitalismo italiano che la crisi mette in contrapposizione.
10. Se il governo ha una sua risposta, l’opposizione “democratica” è incapace di avanzare una proposta significativa. Nemmeno la vittoria di Obama è riuscita a far uscire il Pd da una incertezza di fondo e da un’inconsistenza politica. Il punto centrale della contraddizione è però chiaro: di fronte a una crisi del capitalismo che esigerebbe un programma di emergenza sociale con una chiara dinamica alternativa, anche di stampo riformistico, il Pd è tutto interno al sistema e fa sue le principali preoccupazioni della destra e del governo: salvare le banche, le imprese, la Confindustria magari con una spruzzata “sociale” per marcare le differenze. Senza uscire mai dalla logica degli interventi-tampone e senza aggredire il nodo del contendere: la ripartizione della ricchezza prodotta, l’inversione di tendenza rispetto agli ultimi venti anni.
11. Dal canto suo, la sinistra di governo brilla per la propria assenza. Al di là di dichiarazioni alla stampa o presenze simboliche in qualche corteo manca una proposta complessiva in grado di agire nella crisi attuale e rappresentare un elemento di controtendenza credibile ed efficace. Questo avviene per almeno due motivi. Da un lato c’è un problema di credibilità che non può essere colmata dallo stesso personale che ha condotto la sinistra alla disfatta. E’ un nodo con il quale almeno i militanti dei partiti della ex Sinistra-Arcobaleno devono fare i conti. Non si può dire praticamente nulla dopo che si è condivisa la linea fallimentare, e antipopolare, del governo Prodi. Il secondo motivo della difficoltà è di natura strategica. Quando parla e dice qualcosa, ad esempio con le tesi di Bertinotti, la sinistra di governo non va oltre una politica di ispirazione keynesiana quando invece la natura della crisi richiederebbe una serie di interventi di ispirazione anticapitalista capaci di fuoriuscire dalla logica dominante e di segnalare l’esistenza di un’alternativa di società. Limitarsi a prospettare un generico intervento pubblico in presenza di un governo che entra nella gestione delle banche è inadeguato ai fatti e quindi poco attraente.
12. Per quanto ci riguarda, noi pensiamo che il livello delle proposte da fare si collochi su tre piani. Il primo piano riguarda direttamente il movimento di massa, il suo sviluppo e la sua durata e che possiamo sintetizzare in una felice espressione coniata dal movimento altermondialista: unità e radicalità. Pensiamo che la centralità sia oggi da dare al movimento degli studenti che deve rafforzarsi strutturando la propria autonomia politica. Il movimento si è data una piattaforma ampia e seria e deve cercare di portarla avanti all’interno delle università ma anche all’esterno.
In questo senso è importante la costruzione di una unità reale con i lavoratori e le lavoratrici che non si limiti al rapporto con le strutture sindacali. Servono luoghi unitari, comitati, coordinamenti, assemblee comuni, patti e quant’altro sia in grado di realizzare una relazione stabile tra “lavoratori e studenti” per dire “noi la crisi non la paghiamo”.
13. Collante e base essenziale di un’unità reale e non fittizia è la radicalità della proposta e la qualità della piattaforma di lotta. “Noi la crisi non la paghiamo” rappresenta la giusta individuazione dei problemi. Serve però indicare chi paga la crisi, in che modo, quali rivendicazioni essenziali possono unire settori sociali diversi tra loro.
a) La crisi deve essere pagata da chi si è enormemente arricchito negli ultimi venti anni beneficiando delle politiche liberiste. Occorre colpire i profitti e le grandi fortune accumulate sulla pelle dei salari e dei diritti di chi lavora. Questo si può fare con una patrimoniale sulle grandi fortune, con una tassazione straordinaria dei dividendi, con l’eliminazione di provvidenze quali il cuneo fiscale alle imprese e così via.
b) L’equivalente corrispettivo deve prevedere l’aumento dei salari netti, l’istituzione di un Salario sociale per disoccupati e precari e l’introduzione di un Salario minimo intercategoriale (Smic). La campagna di Sinistra Critica per il salario minimo a 1300 euro va in questo senso e deve pertanto essere rafforzata.
c) Di pari passo va realizzato un piano di urgenza sociale: salvaguardia dei posti di lavoro, stop alle privatizzazioni, rilancio delle garanzie sociali, a partire dalle pensioni, abolizione dei fondi pensione con risarcimento delle perdite agli iscritti.
d) Se noi la crisi non la paghiamo la paghi chi non l’ha mai pagata. A partire dai banchieri e dai padroni. Di fronte ai fallimenti, alla perdita di posti di lavoro, alla bancarotta, servono nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto controllo sociale. Non si possono salvare le banche con soldi pubblici e lasciare i banchieri al loro posto. Lo stesso va fatto con le imprese private. Vanno inoltre bloccate le privatizzazioni e nazionalizzate, sempre sotto controllo pubblico e sociale, le imprese vitali per lo Stato: energia, trasporti (a partire dall’Alitalia), comunicazioni, telecomunicazioni, difesa ambientale, cantieristica. La nazionalizzazione ovviamente non basta se non si coniuga a una effettiva democrazia partecipata in cui le grandi scelte vengano compiute da lavoratori e lavoratrici, dalle popolazioni in grado di realizzare una nuova pianificazione democratica, sociale e partecipata.
e) I movimenti di capitale vanno riportati sotto il controllo statale abolendo la deregolamentazione e tassando le transazioni finanziarie. Occorre abolire il segreto bancario, chiudere i paradisi fiscali, instaurare clausole sociali per le multinazionali, tassare le rendite finanziarie.
f) Un piano straordinario di investimenti pubblici in infrastrutture deve avere come baricentro la difesa ecologica del pianeta. Non si tratta di dare impulso al “capitalismo ecologico” come pensano di fare i paesi anglosassoni ma di realizzare una “pianificazione” che metta a disposizione dei lavoratori, lavoratrici, delle popolazioni, la possibilità di decidere cosa, come e quanto produrre. La valutazione ecologica è un elemento potente per stabilire questo principio a cominciare dalla gestione dei beni comuni, dalla raccolta differenziata dei rifiuti e dal loro riciclaggio, dalla costruzione di un piano di energie alternative.
g) Per reperire risorse e dare risposta al pianeta, e non solo all’occidente capitalista, occorre un grande piano di riduzione delle spese militari, di riconversione dell’industria bellica, di revisione profonda delle prerogative degli eserciti con il ritiro delle truppe e la revisione dell’esercito professionale, di revisione delle relazioni internazionali con l’individuazione di meccanismi di cooperazione solidale.
14. La predisposizione di un piano di urgenza sociale, per quanto provvisorio e parziale, pone immediatamente una serie di questioni di prospettiva, di visione generale che qualificano la sinistra che vogliamo costruire.
Dalla crisi non si esce se non si rimette in discussione la proprietà privata e se non si mette all’ordine del giorno la possibilità di una pianificazione democratica che faccia gli interessi delle popolazioni, dei lavoratori e lavoratrici contro quelli delle elites capitaliste. Alla proprietà privata noi contrapponiamo una gestione pubblica e sociale dell’economia attraverso la partecipazione diretta dei lavoratori e delle lavoratrici. Il nostro anticapitalismo è dunque conseguente e rigoroso e non prevede la partecipazione a governi, nazionali o locali, con forze responsabili della crisi e orientate a una gestione del capitalismo stesso. Oggi per la sinistra di classe si tratta di dare corso a questa ispirazione e di collocarla nel dibattito italiano e internazionale, per lo meno europeo, in funzione della nascita di una nuova sinistra, anticapitalista, ecologista, femminista, comunista che sappia innervare di contenuti e di aspirazioni concrete la battaglia per un altro mondo possibile. Questa ispirazione è alla base del progetto di Sinistra Critica e costituisce la bussola per i rapporti a sinistra, anche sul terreno elettorale. Lungi da noi la presunzione di rappresentare sempre e comunque la soluzione, proposte unitarie, cartelli, liste comuni, anticapitaliste, femministe, ecologiste, sono possibili a tutti i livelli a condizione di salvaguardare questi principi di fondo.
1. La fase politica è contrassegnata dall’indubitabile novità della crisi economica internazionale. Nonostante il tentativo di ridimensionarne la portata, la crisi è globale e si sta già riducendo in una recessione dagli esiti ancora imprevedibili ma che segnano una fase di grande difficoltà per i lavoratori e le lavoratrici. A dispetto dei tentativi di confinarla sul piano finanziario la crisi è sistemica e strutturale e porta in evidenza una condizione di fragilità dell’apparato produttivo internazionale – a eccezione dei paesi emergenti come Cina o India – e di compimento negativo, di un ciclo politico lungo apertosi negli anni 80 e che va sotto il nome di liberismo. Non è l’esplosione di un sistema “malato”, la finanza, sulle spalle di uno “sano”, il capitalismo imprenditoriale ma dell’esaurirsi di una fase in cui entrambi si reggevano sugli alti profitti generati dalla speculazione e dall’indebitamento infinito. Oggi i nodi vengono al pettine, quella che si presentava come “nuova età dell’oro” e che aveva visto nella crescita esponenziale dell’indebitamento Usa il meccanismo per generare profitti via via più alti, si traduce in una nuova recessione generalizzata su scala mondiale. Se il sistema finanziario è in grande difficoltà anche il sistema produttivo comincia a scricchiolare come dimostra il settore automobilistico. La prospettiva di milioni di licenziamenti nell’intero mondo occidentale capitalistico è ormai prevista da diversi istituti economici. La fase attuale è una fase di crisi e nulla fa pensare che il prossimo futuro non sia peggiore dell’attuale.
2. La crisi mette in evidenza i limiti strutturali del capitalismo e le sue dinamiche distruttive. E’ il meccanismo stesso della “produzione per la produzione” che sfocia in una fase devastante per la società nel suo insieme e sono i meccanismi della sovraccumulazione e della sovrapproduzione, finanche nel sistema finanziario, che tornano prepotentemente in azione. Non solo, ma la fase di crisi fa emergere un’altra, strutturale e tradizionale, contraddizione. La politica di compressione dei salari e di perdita delle garanzie sociali, praticata con successo nel corso degli anni 80-90, ha oggi un peso rilevante nel deprimere la domanda solvibile e dunque nell’impedire che lo sgonfiamento di quella trainata dall’indebitamento e dal consumo di lusso possa essere sostituita dalla domanda corrente. I rischi di un avvitamento depressivo sono dunque pienamente in atto.
3. I governi in carica non hanno idee efficienti per rispondere alla crisi. Al di là del salvataggio delle banche amiche o di qualche intervento tampone, nessuna delle misure finora individuate è in grado di offrire una risposta durevole. Anche il tanto decantato “ritorno dello Stato” non è altro che un modo per mettere a disposizione dei profitti privati risorse pubbliche. In realtà lo Stato non si è mai ritirato dall’economia, come invece si crede, accompagnando e gestendo la fase neoliberista e, in Europa, realizzando le misure di Maastricht. Oggi svolge il suo ruolo non già per mettere in discussione le linee guida del capitalismo internazionale ma per gestire al meglio le risorse pubbliche, garantendo i profitti privati e socializzando le perdite. Le teorie “imperiali” alla Negri e Hardt sono state smentite dai fatti, come dimostra l’assoluta incapacità europea di realizzare un piano comune.
4. La crisi è più violenta di quelle verificatesi negli ultimi quindici anni (dall’87 a Wall Street passando per il Messico, l’Asia, la Russia, l’Argentina e poi di nuovo Wall Street) ed è anche quella che colpisce a fondo il “cuore dell’Impero”. Gli Usa escono probabilmente indeboliti dalla crisi e scontano un decennio di crisi internazionale in cui la politica di Bush ne ha distrutto l’immagine e il ruolo nel mondo. La vittoria di Obama si spiega anche con questa constatazione e assume un aspetto duplice.
Se da un lato il primo presidente afro-americano alla Casa Bianca rappresenta un innegabile avvenimento storico che parla alle speranze di milioni di afroamericani, o di poveri statunitensi – e a milioni di persone in tutto il mondo – questo non vuol dire che la sua agenda sia improntata ai bisogni di questi. In realtà l’agenda di Obama – che aveva dato il suo avallo al piano Paulson e che conferma al suo posto il ministro della Difesa di Bush – è quella delle elites capitalistiche degli Stati Uniti e risponde al bisogno di recuperare un volto nuovo a livello mondiale per la politica Usa. Che vive un declino sul piano della sua incidenza economica e finanziaria – si riduce la percentuale Usa sul Pil mondiale, si accresce a dismisura il deficit commerciale e il debito internazionale, il dollaro tende a essere sempre meno la moneta di riferimento – ma che resta la prima potenza politico-militare del pianeta. E che non esiterà a usare questa forza per sopperire al proprio indebolimento economico. La guerra in Iraq e Afghanistan, così come il test del Medioriente e l’approccio all’America latina costituiscono il banco di prova decisivo.
5. Di fronte alla crisi galoppante i segnali di reazione sociale sono stati finora duplici e controversi. Da un lato abbiamo assistito all’imponente e significativo movimento studentesco e della scuola che è stato in grado, istintivamente, di cogliere la reale portata dello scontro in atto. “Noi la crisi non la paghiamo” è lo slogan efficace che ha colto la novità della situazione in atto e la condizione “proletarizzata” dei nuovi studenti cui è impedito qualsiasi sbocco all’altezza delle proprie aspettative e speranze. La consapevolezza di essere una generazione “no future”, legata alla precarizzazione del lavoro e della vita è ciò che muove gli studenti e rende la loro mobilitazione “strutturale” al di là di eventuali riflussi. Il movimento studentesco è stato in grado di contagiare la politica e la società e di impensierire il governo che è ricorso al solito armamentario repressivo. Per la prima volta, inoltre, il movimento si è posto il problema dell’autorganizzazione, cioè dell’autorappresentazione della propria autonomia politica, anche se questo nodo ha subito una battuta d’arresto negativa alla prima assemblea nazionale. La necessità però resta intatta, perché senza salvaguardare la propria autonomia politica il movimento rischia di essere preda di strumentalizzazioni esterne più o meno volute.
6. Accanto agli studenti anche il mondo del lavoro è stato in grado di battere un colpo, prima con la manifestazione e lo sciopero generale di Cobas, Cub e Sdl e poi con lo sciopero del 30 ottobre e con altri scioperi parziali. Si tratta di una reazione immediata che esprime rabbia e frustrazione ma anche una difficoltà generalizzata nella maggior parte dei luoghi di lavoro dove l’attesa per gli esiti della crisi e la paura della perdita del posto di lavoro frenano ancora una risposta adeguata. Lo sciopero generale del 12 dicembre può costituire una prova importante per invertire la tendenza ma è innegabile che tra la classe operaia e il mondo del lavoro in generale accanto a segnali di risveglio operino anche meccanismi di delega, rassegnazione e sfiducia.
7. Il ruolo della Cgil è sintomatico di questa fase. Trascinata dalle mobilitazioni della scuola e degli studenti, avvertendo i primi segnali di un forte disagio sociale, la Cgil ha radicalizzato le proprie posizioni convocando una serie di scioperi fino a quello generale del 12 dicembre. Ma questo non ha coinciso con una modifica del proprio impianto di fondo. La piattaforma della Cgil è infatti sempre di stampo concertativo e la necessità di instaurare un dialogo, e in prospettiva un accordo, con la Confindustria – la parte ritenuta “sana” del capitalismo – è sempre l’orizzonte principale. La radicalizzazione, tattica più che politica, crea un malessere interno all’organizzazione e crea più di un problema al partito di riferimento, il Pd, incapace di poter gestire un conflitto duraturo tra le tre organizzazioni concertative. Una sinistra della Cgil non può sottovalutare queste contraddizioni tanto più alla vigilia di un dibattito congressuale di questa organizzazione in cui è bene che sia rappresentata autorevolmente una voce critica e alternativa.
8. Problemi diversi attraversa invece il sindacalismo di base. Questo settore rappresenta una risorsa innegabile e una base fondamentale per provare a ricostruire un sindacalismo di classe e di massa nel nostro paese. Il nostro giudizio positivo sulla sua esistenza e la nostra solidarietà con le sue stesse difficoltà è intatta (ad esempio, nonostante gli evidenti problemi, rinnoviamo la nostra solidarietà alla lotta dell’Sdl in Alitalia).
Ma è evidente che il sindacalismo di base vive una fase di transizione - segnata anche dal patto di consultazione tra Cobas, Cub e Sdl - fortemente sentita dai lavoratori e dalle lavoratrici e che avrebbe bisogno di uno scatto più deciso in direzione di una vera e più forte unità fino a mettere a tema la costruzione di un nuovo sindacato di classe, unitario e plurale. Dopo il grande successo del 17 ottobre questa opportunità è stata mancata, lo stesso movimento studentesco non ha avuto una sponda o un luogo con cui interagire e le attese di migliaia di delegati sindacali sono andate deluse. C’è tempo per recuperare, a condizione di uno scatto e di una generosità da parte dei gruppi dirigenti dei tre sindacati in questione.
9. Di fronte alle risposte sociali che si sono determinate, abbiamo osservato in queste settimane una certa determinazione della destra a reggere lo scontro e a confermare i propri orientamenti. Il governo continua a privilegiare una strada in cui la debolezza della risposta strutturale – non ci sono risorse reali finora messe a disposizione dei lavoratori e si continua sulla strada dei tagli alla scuola e alle università o della ristrutturazione dei diritti del lavoro – viene compensata dalla propaganda e dall’ideologia come dimostra l’attacco ai migranti e l’avallo a una cultura xenofoba montante. La destra ha una sua proposta: dividere i lavoratori, soffiare sul fuoco della guerra tra poveri, indicare i migranti come i responsabili della crisi e… salvare i banchieri. Il rapporto stretto con Confindustria, infatti, non viene meno anche se le risorse scarse a disposizione creano più di un malumore tra le diverse componenti del capitalismo italiano che la crisi mette in contrapposizione.
10. Se il governo ha una sua risposta, l’opposizione “democratica” è incapace di avanzare una proposta significativa. Nemmeno la vittoria di Obama è riuscita a far uscire il Pd da una incertezza di fondo e da un’inconsistenza politica. Il punto centrale della contraddizione è però chiaro: di fronte a una crisi del capitalismo che esigerebbe un programma di emergenza sociale con una chiara dinamica alternativa, anche di stampo riformistico, il Pd è tutto interno al sistema e fa sue le principali preoccupazioni della destra e del governo: salvare le banche, le imprese, la Confindustria magari con una spruzzata “sociale” per marcare le differenze. Senza uscire mai dalla logica degli interventi-tampone e senza aggredire il nodo del contendere: la ripartizione della ricchezza prodotta, l’inversione di tendenza rispetto agli ultimi venti anni.
11. Dal canto suo, la sinistra di governo brilla per la propria assenza. Al di là di dichiarazioni alla stampa o presenze simboliche in qualche corteo manca una proposta complessiva in grado di agire nella crisi attuale e rappresentare un elemento di controtendenza credibile ed efficace. Questo avviene per almeno due motivi. Da un lato c’è un problema di credibilità che non può essere colmata dallo stesso personale che ha condotto la sinistra alla disfatta. E’ un nodo con il quale almeno i militanti dei partiti della ex Sinistra-Arcobaleno devono fare i conti. Non si può dire praticamente nulla dopo che si è condivisa la linea fallimentare, e antipopolare, del governo Prodi. Il secondo motivo della difficoltà è di natura strategica. Quando parla e dice qualcosa, ad esempio con le tesi di Bertinotti, la sinistra di governo non va oltre una politica di ispirazione keynesiana quando invece la natura della crisi richiederebbe una serie di interventi di ispirazione anticapitalista capaci di fuoriuscire dalla logica dominante e di segnalare l’esistenza di un’alternativa di società. Limitarsi a prospettare un generico intervento pubblico in presenza di un governo che entra nella gestione delle banche è inadeguato ai fatti e quindi poco attraente.
12. Per quanto ci riguarda, noi pensiamo che il livello delle proposte da fare si collochi su tre piani. Il primo piano riguarda direttamente il movimento di massa, il suo sviluppo e la sua durata e che possiamo sintetizzare in una felice espressione coniata dal movimento altermondialista: unità e radicalità. Pensiamo che la centralità sia oggi da dare al movimento degli studenti che deve rafforzarsi strutturando la propria autonomia politica. Il movimento si è data una piattaforma ampia e seria e deve cercare di portarla avanti all’interno delle università ma anche all’esterno.
In questo senso è importante la costruzione di una unità reale con i lavoratori e le lavoratrici che non si limiti al rapporto con le strutture sindacali. Servono luoghi unitari, comitati, coordinamenti, assemblee comuni, patti e quant’altro sia in grado di realizzare una relazione stabile tra “lavoratori e studenti” per dire “noi la crisi non la paghiamo”.
13. Collante e base essenziale di un’unità reale e non fittizia è la radicalità della proposta e la qualità della piattaforma di lotta. “Noi la crisi non la paghiamo” rappresenta la giusta individuazione dei problemi. Serve però indicare chi paga la crisi, in che modo, quali rivendicazioni essenziali possono unire settori sociali diversi tra loro.
a) La crisi deve essere pagata da chi si è enormemente arricchito negli ultimi venti anni beneficiando delle politiche liberiste. Occorre colpire i profitti e le grandi fortune accumulate sulla pelle dei salari e dei diritti di chi lavora. Questo si può fare con una patrimoniale sulle grandi fortune, con una tassazione straordinaria dei dividendi, con l’eliminazione di provvidenze quali il cuneo fiscale alle imprese e così via.
b) L’equivalente corrispettivo deve prevedere l’aumento dei salari netti, l’istituzione di un Salario sociale per disoccupati e precari e l’introduzione di un Salario minimo intercategoriale (Smic). La campagna di Sinistra Critica per il salario minimo a 1300 euro va in questo senso e deve pertanto essere rafforzata.
c) Di pari passo va realizzato un piano di urgenza sociale: salvaguardia dei posti di lavoro, stop alle privatizzazioni, rilancio delle garanzie sociali, a partire dalle pensioni, abolizione dei fondi pensione con risarcimento delle perdite agli iscritti.
d) Se noi la crisi non la paghiamo la paghi chi non l’ha mai pagata. A partire dai banchieri e dai padroni. Di fronte ai fallimenti, alla perdita di posti di lavoro, alla bancarotta, servono nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto controllo sociale. Non si possono salvare le banche con soldi pubblici e lasciare i banchieri al loro posto. Lo stesso va fatto con le imprese private. Vanno inoltre bloccate le privatizzazioni e nazionalizzate, sempre sotto controllo pubblico e sociale, le imprese vitali per lo Stato: energia, trasporti (a partire dall’Alitalia), comunicazioni, telecomunicazioni, difesa ambientale, cantieristica. La nazionalizzazione ovviamente non basta se non si coniuga a una effettiva democrazia partecipata in cui le grandi scelte vengano compiute da lavoratori e lavoratrici, dalle popolazioni in grado di realizzare una nuova pianificazione democratica, sociale e partecipata.
e) I movimenti di capitale vanno riportati sotto il controllo statale abolendo la deregolamentazione e tassando le transazioni finanziarie. Occorre abolire il segreto bancario, chiudere i paradisi fiscali, instaurare clausole sociali per le multinazionali, tassare le rendite finanziarie.
f) Un piano straordinario di investimenti pubblici in infrastrutture deve avere come baricentro la difesa ecologica del pianeta. Non si tratta di dare impulso al “capitalismo ecologico” come pensano di fare i paesi anglosassoni ma di realizzare una “pianificazione” che metta a disposizione dei lavoratori, lavoratrici, delle popolazioni, la possibilità di decidere cosa, come e quanto produrre. La valutazione ecologica è un elemento potente per stabilire questo principio a cominciare dalla gestione dei beni comuni, dalla raccolta differenziata dei rifiuti e dal loro riciclaggio, dalla costruzione di un piano di energie alternative.
g) Per reperire risorse e dare risposta al pianeta, e non solo all’occidente capitalista, occorre un grande piano di riduzione delle spese militari, di riconversione dell’industria bellica, di revisione profonda delle prerogative degli eserciti con il ritiro delle truppe e la revisione dell’esercito professionale, di revisione delle relazioni internazionali con l’individuazione di meccanismi di cooperazione solidale.
14. La predisposizione di un piano di urgenza sociale, per quanto provvisorio e parziale, pone immediatamente una serie di questioni di prospettiva, di visione generale che qualificano la sinistra che vogliamo costruire.
Dalla crisi non si esce se non si rimette in discussione la proprietà privata e se non si mette all’ordine del giorno la possibilità di una pianificazione democratica che faccia gli interessi delle popolazioni, dei lavoratori e lavoratrici contro quelli delle elites capitaliste. Alla proprietà privata noi contrapponiamo una gestione pubblica e sociale dell’economia attraverso la partecipazione diretta dei lavoratori e delle lavoratrici. Il nostro anticapitalismo è dunque conseguente e rigoroso e non prevede la partecipazione a governi, nazionali o locali, con forze responsabili della crisi e orientate a una gestione del capitalismo stesso. Oggi per la sinistra di classe si tratta di dare corso a questa ispirazione e di collocarla nel dibattito italiano e internazionale, per lo meno europeo, in funzione della nascita di una nuova sinistra, anticapitalista, ecologista, femminista, comunista che sappia innervare di contenuti e di aspirazioni concrete la battaglia per un altro mondo possibile. Questa ispirazione è alla base del progetto di Sinistra Critica e costituisce la bussola per i rapporti a sinistra, anche sul terreno elettorale. Lungi da noi la presunzione di rappresentare sempre e comunque la soluzione, proposte unitarie, cartelli, liste comuni, anticapitaliste, femministe, ecologiste, sono possibili a tutti i livelli a condizione di salvaguardare questi principi di fondo.
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