PURCHE' SI ROMPANO LE GIUNTE LOCALI CON IL PD Una lista unitaria di tutti i partiti della "sinistra di classe", purché siano disponibili a rompere le alleanze locali con il Pd. La propone Flavia D'Angeli, portavoce di Sinistra Critica. "Lo sbarramento al 4% che sancisce l'ennesimo patto osceno tra il centrosinistra e Berlusconi - dice D'Angeli in una nota - è una carognata politica che si ritorcerà contro i suoi protagonisti". "La sinistra di classe e alternativa è oggi chiamata - sostiene l'esponente ex Prc - a un surplus di iniziativa e di capacità di intervento. Come abbiamo sempre sostenuto, serve un processo ricompositivo che rappresenti un nuovo inizio. Questa ripartenza ha però bisogno di alcuni ingredienti essenziali: una radicalità anticapitalista contro la crisi e chi l'ha provocata; un processo di rinnovamento esplicito dei gruppi dirigenti che hanno prodotto l'attuale situazione disastrosa della sinistra di classe; una alternatività strategica al Pd che si realizzi anche con la rottura delle giunte locali. Non si può governare la Campania e rompere a Napoli - avverte D'Angeli - così come non si può sostenere Soru e magari litigare con Penati a Milano". "Sinistra Critica è disponibile, su queste basi, a discutere anche di una lista unitaria della sinistra di classe e anticapitalista che, senza annullare le specificità, provi a rompere il bipolarismo italiano - dice ancora D'Angeli - ma soprattutto a rappresentare le ragioni dei lavoratori e dei movimenti sociali. Una lista alternativa al Pd, rinnovata e con chiari segnali di discontinuità, aperta ai movimenti e a forze sociali nuove".
Con la vicenda di Liberazione, la cacciata di Sansonetti, l'ennesimo scontro interno e la scissione che sta per maturare tra l'area "vendoliana" e la nuova maggioranza del Prc, si rende sempre più evidente che un ciclo politico è definitivamente chiuso. Questa constatazione Sinistra Critica l'aveva fatta già al tempo del governo Prodi e dell'espulsione di Franco Turigliatto colpevole di aver votato contro la guerra e di aver rinnegato, in nome di quest'ultima, il vincolo politico al centrosinistra. Ci sembrava evidente che di fronte a una prova vera, inoppugnabile, come quella del comportamento parlamentare relativo alla guerra, un partito che era nato proprio in nome del rifiuto della guerra, rinnegava se stesso e chiudeva simbolicamente la propria parabola politica. Pensiamo di aver avuto ragione e paradossalmente abbiamo visto giusto troppo in anticipo per il sentimento medio dei, delle militanti di Rifondazione. Ora il dado è tratto, senza possibilità di equivoci. Per quanto la nuova maggioranza del Prc abbia scelto la strada della difesa identitaria e dell'arroccamento dentro il proprio fortino, la possibile scissione di circa metà del partito equivale alla fine concreta di quell'esperienza che è stata Rifondazione comunista a cui molti di noi hanno contribuito attivamente anche assumendone ruoli di direzione. E' sbagliato dire, come fa oggi la minoranza attuale, che questa storia si chiude a causa dell'irrigidimento "staliniano" del Prc o perché viene meno l'autonomia di Liberazione. Questi argomenti, per quanto contengano elementi di verità, appaiono tutto sommato un po' forzati e strumentali. Come si fa a parlare, da parte degli autori della cacciata di Franco Turigliatto, di involuzione staliniana? E come si fa a colpevolizzare il mancato coinvolgimento di una parte consistente del partito alla sua gestione se la ex maggioranza, quella uscita dal congresso di Venezia, teorizzò, con inedita virulenza, la pratica del "chi vince prende tutto"? Quanto all'autonomia del giornale, non ci permettiamo di entrare in vicende interne ad un altro partito, ma ci appare evidente che se per quasi un mese la vicenda Liberazione si è intersecata a dinamiche curiose legate al dibattito sulla psicanalisi, le responsabilità sono tutt'altro che unilaterali e purtroppo hanno un amaro sapore simbolico. La storia del Prc e delle forze di sinistra, in realtà, si è chiusa sull'altare della prova di governo. E' vero che per oltre un decennio la questione del governo ha attraversato in particolare quel partito, spaccandolo a ogni congresso e provocando scissioni più o meno corpose. Un conto, però, è discutere del governo, scegliere quell'orientamento senza avere però la possibilità effettiva di esercitare il governo stesso, un altro è invece assumere incarichi istituzionali e ministeriali e ridursi a gestire miseramente le scelte del capitalismo e dell'imperialismo italiano senza assumere il minimo ruolo di controtendenza. L'abisso in cui il Prc è sprofondato con il secondo governo Prodi non fu toccato nemmeno nel caso dell'appoggio esterno al primo governo Prodi. Sia perché allora, Rifondazione non occupò nemmeno una poltrona, sia perché quell'esperienza fu comunque a termine e conclusa da una rottura clamorosa e da una scissione dolorosa. Di questo abisso che sta alla base della disfatta della sinistra di classe portano la responsabilità tutti i dirigenti attuali delle varie formazioni: da Giordano e Bertinotti a Ferrero, da Diliberto a Fabio Mussi, da Grazia Francescato a Claudio Fava e così via. Discutere dello stato comatoso in cui versa la sinistra senza riferirsi correttamente alle cause che hanno prodotto il male - il governo, nel senso dell'adattamento supino alle compatibilità capitalistiche e alla necessità di "governare i processi" - significa perpetuare all'infinito la malattia. Cosa che gli attuali dirigenti della sinistra di (ex) governo sanno fare molto bene e che infatti stanno facendo con accortezza. Il punto che ci interessa è se, invece, di fronte a questa diaspora continua e a una crisi rovinosa, sia possibile tracciare qualche elemento corposo di inversione di rotta, qualche resistenza politica e culturale alla dissipazione che provi a far ripartire un cammino utile per gli interessi di classe, per le lotte sociali e per il lavoro difficile dei movimenti di trasformazione. Sinistra Critica è nata con questa ambizione, non per celebrare la propria conservazione, ma per riaprire un'ipotesi di alternativa. Per questo, di fronte al disastro e alle macerie, pensiamo sia il tempo di prendere in considerazione quello che proponiamo da vario tempo parlando della necessità di una "nuova sinistra anticapitalista". Per questo proponiamo un azzeramento delle realtà attuali e una disponibilità a rifondare una sinistra di classe, anticapitalista, comunista, femminista, ecologista che faccia tesoro degli errori passati e riprovi a costruirsi su coordinate programmatiche più corpose, su pratiche sociali efficaci, su metodi organizzativi democratici, pluralisti effettivamente partecipativi, a partire dal basso e che tengano conto delle differenze di genere. Una sinistra che sappia raccogliere la sfida all'intero sistema capitalista nel momento della sua crisi, che sappia rimettere all'ordine del giorno la necessità di costruire una società radicalmente alternativa, che traduca il crescente malcontento sociale e la critica verticale alla politica in una moderna idea di rivoluzione, che quindi sostanzi una corposa prospettiva strategica e non si limiti a "vivacchiare" in attesa di qualche salvifico passaggio elettorale. E che, quindi, sia un processo reale radicato nei luoghi del conflitto sociale e sui territori, agli antipodi di ogni idea di assemblaggio verticistico e sterile di quel che resta sul terreno, dopo la sconfitta e la frammentazione. Che si costruisca su basi politiche solide e non contraddittorie: serve oggi una sinistra di classe alternativa al Pd che non può restare ambigua di fronte a questo nodo alleandosi a seconda delle convenienze. Non può esistere una sinistra di classe coerente che si pensi in alternativa a Veltroni ma alleata di Soru come ha avuto modo di sostenere Paolo Ferrero: sono queste ambiguità ad aver provocato l'abisso. Per affrontare una simile fase "costituente" c'è bisogno, lo diciamo senza perifrasi, dell'azzeramento delle attuali organizzazioni politiche, di tutte quelle che si vogliono cimentare con un simile progetto e della ricostruzione di una nuova soggettività politica che guardi al futuro e alle nuove generazioni senza rigurgiti identitari e senza nostalgie retoriche. Non proponiamo di buttare via la storia del Novecento ma di rileggerlo in funzione degli interessi di classe e del protagonismo democratico e rivoluzionario delle classi subalterne senza santini consolatori. Una nuova sinistra di classe, dinamica, aperta è oggi assolutamente necessaria. Molte espressioni della sinistra alternativa che fu pensano oggi che un approdo efficace e utile sia quello di dare vita a una sinistra modernamente riformista, che morda la crisi del Pd e che se ne faccia alleato sia pure concorrente. E' un progetto legittimo e coerente, forse anche utile se serve a modificare le vicende del Pd stesso, ma non è il progetto che a noi interessa e che interessa a migliaia di militanti ancora oggi legati e legate a una prospettiva anticapitalista e un orizzonte di trasformazione radicale dell'esistente. Non è quello che definiremmo comunista, ecologista e femminista. Una sinistra di questo tipo, invece, è molto importante e avrebbe bisogno dell'apporto di quanti e quante dicono di volersi ancorare a una prospettiva simile a patto di rendersi conto che una fase si è chiusa e che c'è bisogno di una sinistra nuova, una nuova sinistra di classe. La riproposizione statica dell'esistente non farà che aggravare la crisi e alimentare nuove diaspore. Restare abbarbicati al Muro di Berlino non è meglio che governare con il Pd, la reiterazione in automatico di un progetto che la forza dei fatti dimostra esaurito non farà che produrre un imballamento del corpo militante e ripetere all'infinito che Rifondazione continua a dispetto dell'esaurimento del suo percorso non rappresenta una linea politica. Una sinistra di classe nuova e capace di raccogliere la sfida del futuro deve vedere necessariamente un protagonismo diretto di nuove generazioni militanti, libere dalle responsabilità dei fallimenti maturati finora. La crisi infinita che attanaglia la sinistra non potrà certo essere risolta da gruppi dirigenti che, con sfumature diversa ma d'accordo nella sostanza, hanno convintamente lavorato per portarla al disastro. Ci sono momenti in cui è giusto e necessario fare un passo a lato se questo aiuta a ricostruire la credibilità che oggi manca e a sostanziare con atti e comportamenti quello che spesso rimane nell'ambito delle parole. Sinistra Critica, ovviamente, continuerà la sua battaglia e la sua costruzione indipendente fino a quando segnali concreti, efficaci e veritieri non verranno dalle altre forze della sinistra di classe. Per noi il modo migliore di far avanzare questa proposta e questa prospettiva è la costruzione dell'unico soggetto che ci crede veramente. Ma siamo e saremo pronti al salto di qualità a condizione che guardi al futuro, che abbia quella dose di innovazione politica che gli studenti dell'Onda hanno reclamato con forza lo scorso autunno, che colga il nodo delle tante soggettività che possono concorrere alla lotta contro il capitalismo e che non faccia sconti di nessun tipo a quest'ultimo, essendo la radice anticapitalista l'unica da cui può fiorire una robusta sinistra di classe.
Il gruppo operativo nazionale di Sinistra Critica 20.01.2009
BASTA MASSACRI, BASTA CON L’ASSEDIO, BASTA OCCUPAZIONE.
SABATO 17 GENNAIO MANIFESTAZIONE A ROMA
(0re 15,30 Piazza Vittorio)
Sinistra Critica co-promuove la manifestazione nazionale che si terrà a Roma a cui hanno aderito ormai centinaia di strutture.
Quello che sta avvenendo a Gaza non è più nemmeno una guerra: è solamente un massacro. L’artiglieria israeliana continua l’opera di distruzione cominciata con i bombardamenti aerei.
Se l’obiettivo politico-militare è quello di dare un colpo definitivo alla resistenza palestinese cancellando ogni possibile dirigenza politica nella Striscia di Gaza per molti anni, gli obiettivi diretti sono molti: case, scuole, ospedali, moschee, mercati.
Ancora una volta le lacrime di coccodrillo dei vari liberal, in Israele e in Occidente, piangono gli “effetti collaterali” di una guerra “necessaria perché difensiva”. E chiedono a Israele “moderazione”, esprimendo comprensione perché subisce continui attacchi missilistici.
E sanno di mentire. Non ci piacciono i missili, per quanto rudimentali, sui cittadini israeliani. Ma sappiamo che sono solo l’ultimo pretesto di un’occupazione che ha come obiettivo impedire la nascita di una Palestina indipendente e sovrana (o, peggio ancora per i sionisti al governo, di uno stato democratico bi-nazionale).
I nostri liberal dimenticano, perché complici, che Israele ha violato per primo la tregua il 4 novembre scorso; che Israele da due anni ha posto la Striscia di Gaza sotto un assedio criminale; che Israele ha come obiettivo politico quello dell’eliminazione di ogni organizzazione palestinese indipendente fin dal 1948; che Israele continua l’occupazione dei territori palestinesi e aumenta la costruzione delle sue colonie illegali…
E dimenticano che Israele può farlo perché Stati Uniti e paesi europei – Italia in prima linea – permettono che lo faccia; perché collaborano alla buona riuscita dell’assedio di Gaza e dell’occupazione (finanziando il Muro e i Check Point); perché aiutano Israele con le loro armi e gli accordi militari. E l'Italia interviene attivamente a fianco di Israele anche con la missione Unifil che oggi dimostra la vera natura che denunciammo allora di fronte agli entusiasmi della sinistra di governo
I nostri governi non sono silenziosi: sono complici della guerra di Israele.
In questi giorni molte sono state le manifestazioni contro la guerra, dalla Palestina al mondo arabo, da Tel Aviv alle città italiane. In queste ultime migliaia sono stati i giovani arabi, islamici e non, a partecipare, a dimostrare la loro rabbia per una guerra che ancora una volta colpisce i loro fratelli e sorelle, come in Iraq o in Libano prima. E questa rabbia è diventata nei racconti giornalistici “fondamentalismo” per la determinazione e per le preghiere che spesso hanno accompagnato le manifestazioni; è diventato “antisemitismo” per le bandiere con la Stella di Davide bruciate. Purtroppo quel simbolo è lo stesso che vedono sui carri armati e gli aerei che uccidono in Palestina: questo dovrebbe essere lo scandalo.
Noi, convinti che in Palestina sia in corso un conflitto politico e non uno “scontro di civiltà”, siamo con quei giovani e manifesteremo ancora insieme a loro. Crediamo sia urgente arrivare nel più breve tempo possibile a una manifestazione nazionale ampia e unitaria che raccolga tutti i democratici, chi in questi anni ha dato vita al grande movimento contro la guerra e tutti quelli che chiedono, con le stesse parole d’ordine dei pacifisti di Tel Aviv, israeliani e palestinesi:
Condannare le «due parti»: peggio degli assassini!
di Michel Warschawski*
Barak, Olmert, Livni e Ashkenazi un giorno dovranno rispondere di crimini di guerra davanti a una corte di giustizia, come altri criminali. Di conseguenza, è nostro dovere informare sui loro atti e dichiarazioni per essere sicuri che paghino per i massacri che hanno ordinato e commesso.
Ma un’altra categoria di criminali potrebbe sfuggire ai tribunali. Questi non si sporcano le mani del sangue dei civili, ma forniscono le giustificazioni intellettuali e pseudo morali agli assassini. Formano l’unità di propaganda del governo e dell’esercito di assassini.
Gli scrittori israeliani Amos Oz e A. B. Yehoshua sono gli esempi tipici di simili miserabili intellettuali, e non è la prima volta! Ad ogni guerra si offrono volontari nello sforzo militare israeliano, senza neanche l’arruolamento ufficiale. Il loro primo compito è quello di fornire delle giustificazioni all’offensiva israeliana, poi, in un secondo tempo, piangono la verginità perduta e accusano il campo avverso di averci costretto ad essere brutali.
La giustificazione fornita da Oz sul Corriere della Sera e da Yehoshua su La Stampa è chiaramente di dover reagire ai missili su Sderot, come su tutto fosse iniziato con questi missili: «Ho dovuto spiegare agli italiani – scrive Yehoshua su Haaretz del 30 dicembre 2008 – perché l’azione israeliana era necessaria…»
Yehoshua e Oz hanno dimenticato i 19 mesi di brutale assedio israeliano imposto a un milione e mezzo di esseri umani, privandoli delle forniture più elementari. Hanno dimenticato il boicottaggio israeliano e internazionale verso il governo palestinese democraticamente eletto. Hanno dimenticato l’isolamento forzata tra Gaza e la Cisgiordania, separazione imposta per isolare e punire la popolazione di Gaza per la sua scelta democratica scorretta.
Dopo aver scelto di riscrivere la cronologia degli eventi, Oz e Yehoshua usano l’argomento della simmetria: la violenza è usata dalle due parti e risono vittime innocenti a Gaza come in Israele. In effetti, ogni civile ucciso è una vittima innocente. Allo stesso tempo, la cronologia e i numeri non sono fuori luogo: 3 civili israeliani sono stati uccisi nel sud di Israele, ma solo dopo che l’aviazione israeliana aveva messo in atto il massacro pianificato nel centro della città di Gaza, ammazzandone oltre 300.
Questa posizione degli intellettuali più noti di Israele serve da giustificazione morale al sostegno che il partito della sinistra sionista Meretz offre all’aggressione criminale del ministro della difesa Barak. A tempo debito anche Meretz esprimerà la sua opposizione alle uccisioni, ossia quando la comunità internazionale esprimerà la propria preoccupazione per le colpe di Israele. Per il momento questa comunità internazionale resta silenziosa e sembra anche felice del contributo israeliano alla propria santa crociata contro la minaccia islamica globale.
Per dimostrare preoccupazione, l’Europa invia un’assistenza sanitaria (simbolica) alla popolazione di Gaza. Sentendo il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner sostenere l’azione israeliana, mentre annuncia la decisione di inviare generi umanitari a Gaza, non ho potuto fare a meno di ricordare le informazioni sulle delegazioni della Croce Rossa Internazionale che avevano visitato i campi di sterminio nazisti con cioccolata e biscotti. So che non è la stessa cosa, ma nessuno può determinare le associazioni mentali.
Bernard Kouchner ha comunque una circostanza attenuante: i regimi arabi, in particolare quello di Hosni Mubarak, sostengono l’aggressione israeliana. E anch’essi manderanno cioccolato e biscotti ai bambini di Gaza, salvo, ovviamente, a quelli che giacciono morti all’ospedale di Shifa.
*Alternative Information Center – Beit Sahour/Gerusalemme